La condizione femminile in Etruria

di Giovanni Spini
Enio Pecchioni

Intorno alla metà del IV secolo a.C. Teopompo, la lingua più malevola di tutta la letteratura antica (maledicentissimus lo appellava Cornelio Nepote), scriveva nel libro CLIII della sua Storia: “…Presso i Tirreni (Etruschi) le donne sono tenute in comune, hanno molta cura del loro corpo e si presentano nude, spesso, fra uomini, talora fra di esse, in quanto non è disdicevole il mostrarsi nude. Stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere…” Altri autori, come Aristotele, le accusavano di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello; Plauto insinuava che si procurassero la dote vendendo i propri favori.
É indubbio, come si evince da queste affermazioni, che la donna etrusca non godesse di buona reputazione presso i greci e i romani, ma cosa c’è di vero in tutto questo?

Le donne greche e romane vivevano nell’ombra della casa: pudica, lanifica, domiseda sono gli epiteti che i mariti romani dettavano in lode delle mogli, per le quali non concepivano funzione migliore del filare la lana e custodire la casa, sedute nell’atrio in atteggiamento timorato e sottomesso (domum servavit, lanam fecit, si legge in un celebre epigramma). Raffigurazioni, corredi funerari, epigrafi, ma soprattutto gli scrittori greci antichi, offrono un significativo spaccato del mondo femminile in cui la donna è trattata come essere inferiore, una creatura infida e ammaliatrice, guardata sin dal VIII sec.a.C. con sospetto. L’ideale di donna greca doveva essere una figura poco appariscente, pudica e sottomessa, dedita alla maternità, con un orizzonte ristretto esclusivamente ai lavori domestici. Aristotele (ancora lui!) sosteneva l’inferiorità della donna (sancita da leggi che non le riconoscevano diritti civili e politici), attribuendole persino un ruolo passivo nella riproduzione: sarebbe stato infatti l’uomo, “forma e spirito”, a trasformare la materia femminile inerte, dando origine alla vita.

Le donne etrusche, non solo godevano di maggiore libertà, ma ricoprivano nella società un ruolo preponderante, al quale, nonostante la decantata moralità delle loro virtù, le matrone dell’antica Roma non potevano aspirare. In Etruria era un privilegio riconosciuto alle donne più rispettabili, e non soltanto alle cortigiane, quello di prendere parte con gli uomini ai banchetti, nei quali si coricavano come loro e al loro fianco sui letti del triclinio, mentre nelle rappresentazioni delle stele attiche la donna greca, durante i pasti anche privati, se ne sta modestamente seduta, pronta a servire il suo signore e padrone.

Nei numerosi affreschi di Tarquinia nella tomba dei Leopardi e in quella del Triclinio, la donna etrusca indossa sulla tunica un pesante mantello ricamato e una parrucca bionda (gli uomini hanno i capelli neri); così abbigliata assiste alle danze, ai concerti, ai giochi atletici, presiedendo talvolta da un palco apposito ai combattimenti di pugilato, alle corse dei cani, alle gare acrobatiche, ecc. Ad Olimpia, di contro, soltanto la sacerdotessa di Demetra aveva il diritto di assistere ai giochi. É da questa situazione invidiabile e comunque diversa che derivava lo stupore e la disapprovazione dei moralisti greco-romani che, giudicando scandaloso tale atteggiamento, si sentivano autorizzati ad attribuire alla donna etrusca le peggiori sregolatezze.

Tito Livio, storico sotto il regno di Augusto, narra di come l’ascesa al trono dei tre re etruschi Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, nel VI sec.a.C., sia dipesa dalla tenacia e dall’irresistibile autorità di due donne etrusche: Tanaquilla e Tullia. Era, la prima, donna di rango elevato e di agiata condizione, che aveva sposato un certo Lucumone figlio di un emigrato Corinzio e di una tarquiniese. Non essendo ben visto nella società etrusca il matrimonio con emigrati o rifugiati che fossero, Tanaquilla decise di spostarsi col marito a Roma, città che all’epoca era ancora costituita per la maggior parte da capanne di agricoltori e di pastori, sparse sui sette colli. Qui tanto brigò e tanto fece che riuscì a far incoronare Lucumone re di Roma, col nome di Lucius Tarquinius Priscus, dimostrando anche doti premonitorie perchè Priscus sta per Vecchio, a distinguerlo dai futuri Tarquini che sarebbero seguiti. Tanaquilla, dopo la morte del marito, impose ai suffragi del popolo anche il genero Servio Tullio, preferendolo ai propri figli. É evidente che dalla storia raccontata da Tito Livio emerge un ritratto della regina etrusca rivelatore di un grande prestigio politico e di un forte ascendente sugli uomini a cui aveva assicurato il potere. Un ritratto esemplare del carattere e della condizione preminente che distingueva la donna nella società etrusca., tanto che studiosi contemporanei di Nietzche la paragonarono, se pur in forma minore, affine al matriarcato.
D’altronde, solo sulle antiche tombe etrusche si poteva leggere, oltre al nome e al prenome del padre, anche il nome e soprattutto il prenome della madre. Un pretore di Tarquinia, ad esempio, si chiamava Lars Arnthal Plecus clan Ramthasc Apatrual, ovvero: Lars, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatronia, mentre la più illustre delle donne romane sarà soltanto, nelle iscrizioni latine, una Cornelia, una Claudia e, seppure imperatrice, una Livia e basta.

Per quanto riguarda Tullia, la storia non è meno rivelatrice della precedente, sfiorando i toni di una tragedia Eschiliana: Servio Tullio aveva avuto due figlie chiamate (con ammirevole fantasia) Tullia la maggiore e Tullia la minore. L’una dal forte carattere, l’altra timida. Per consolidare il suo trono il re le aveva date in moglie ai due figli di Tarquinio Prisco, anch’essi dai caratteri opposti. L’uno timido e l’altro intraprendente.
Per ironia della sorte i matrimoni erano male assortiti ed accadde inevitabilmente che i due caratteri più forti si attraessero; non solo forti, ma anche violenti in quanto si sbarazzarono, uccidendoli, dei rispettivi cognati. Dopodichè si sposarono a loro volta per assicurare il trono a Lucio Tarquinio, il futuro Tarquinio il Superbo, che senza por tempo in mezzo si precipitò alla Curia per deporre il suocero. Ed ecco che subentra ancora una volta il potere e l’ascendente femminile, perchè sarà proprio Tullia, forte della sua autorità e del prestigio, a far uscire dalla Curia il nuovo marito e a proclamarlo re: regem prima appellavit, ci racconta Tito Livio, per poi tornarsene tranquillamente a casa portata in carrozzella dai servi. Nella società etrusca il pater familias faceva la legge, ma la mater familias, aveva la sua parola da dire, parola che spesso era l’ultima.
Purtroppo le testimonianze storiche scritte sono molto scarse e non sempre attendibili, ma ci viene in aiuto l’archeologia per illustrarci, attraverso i ritrovamenti nelle necropoli di pitture parietali e corredi funebri, quale fosse l’importanza del ruolo della donna nella società etrusca.

Possiamo prendere in esame, tra le tante, la tomba Regolini-Galassi di Cere, datata 650 a.C. circa. Al momento della scoperta si pensava appartenesse ad un principe etrusco, ma grande fu la sorpresa quando nella stanza funeraria maggiore, in fondo al corridoio dove ai lati erano sepolti un uomo e un guerriero, trovarono inumata sopra un pavimento coperto d’oro, d’avorio e d’argento una donna ricoperta a sua volta di gioielli. Larthia era il suo nome, inciso su ben cinque coppe, sei tazze e un’anfora d’argento, mentre il nome del suo compagno non appare in nessuno dei gioielli che lo ricoprivano. Ci si può immaginare quale emozione provarono il sacerdote Regolini e il generale Galassi, entrambi appassionati di archeologia, quando entrarono nella tomba. Larthia era deposta su un catafalco di pietra; portava una veste guarnita d’oro e sul seno aveva una grande pietra ovale, un pettorale d’oro segno della massima dignità: solo gli eletti potevano indossarlo e portarlo in pubblico. Una fibula dorata (uno dei pezzi più mirabili dell’oreficeria classica) allacciava il mantello alla principessa che portava ai polsi due ampi bracciali. Il tesoro era costituito inoltre da due preziose collane, l’una di perle d’oro inciso, l’altra d’oro e d’ambra, orecchini, anelli a spirale, fibbie e spille. Nell’ipogeo, tra i beni privati della principessa, stava un letto a sei piedi di bronzo e graticcio con appoggia-testa; alle pareti, grandi scudi rotondi con teste di pantera dalle fauci spalancate e gli occhi di smalto. Su alte mensole poggiavano conche di bronzo semisferiche decorate con gufi e draghi; coppe, orci, brocche di bucchero, tazze sbalzate in argento puro, anfore e ciotole di bronzo ricoperte d’oro. Nella camera tombale erano stati portati anche due veicoli: il carro funebre a quattro ruote servito per il trasporto della defunta, e una biga usata nelle festività religiose e anche nei combattimenti. Accanto a questi stava, simbolo del rango e dell’autorità, un trono tutto rivestito di bronzo e riccamente decorato.

Anche nella necropoli della Banditaccia, sempre a Cere, sono state trovate nella tomba cosiddetta “dei Vasi Greci”, due anfore a figure nere firmate dal vasaio Nicostene, che recano sul piede l’iscrizione mi Culnaial: appartengo a Culni. Identico nome di proprietà si ritrova anche su due vasi da tavola pure a figure a nere, databili come le anfore al 530 a.C. circa. Nella stessa tomba c’era un altro vaso simile con la scritta mi Atiial: appartengo ad Ati. Esistono anche, ovviamente, marchi di proprietà che portano nomi di uomini, ma a Cere sono una rarità.
É interessante notare un’altra particolarità che si riscontra nelle necropoli ceretane: all’entrata delle tombe, per segnalarne la presenza e l’identità del defunto, erano posti dei cippi a forma di colonna, a lato di piccoli cofani di pietra in forma di sarcofaghi o di case dal tetto a spiovente con iscrizioni dipinte o incise in lingua etrusca prima, in latino poi. Le colonnette, la cui allusione fallica è indubbia, erano riservate agli uomini, mentre le case alle donne. A Roma era il pater familias il centro della casa, in Etruria, al contrario, era la donna.
Un’altra scoperta archeologica del 1895, stavolta a Tarquinia ha rivelato, in una tomba purtroppo già violata anche se solo in parte, la sepoltura di una principessa etrusca con pettorale d’oro. Ma queste sono solo una parte delle testimonianze che ci hanno permesso di aprire una finestra sul passato di una società in cui vediamo la donna prender parte da protagonista agli avvenimenti e ai piaceri di ogni giorno, investita di un’autorità quasi sovrana, artista e colta, curiosa delle preziosità delle culture orientali e promotrice essa stessa di civiltà nel proprio paese, e infine venerata nella tomba come un’emanazione della potenza divina.

Dopo la conquista romana e il susseguente inglobamento del popolo etrusco, la condizione femminile, ovviamente, cambiò in modo radicale, confacendosi a quella dei conquistatori. Le prerogative di cui fruiva furono revocate, come ci dimostra l’archeologia in modo decisivo attraverso testimonianze sia pittoriche sia epigrafiche. Nella tomba degli Scudi di Tarquinia, fine III sec.a.C., Velia Seithi è seduta modestamente ai piedi del letto su cui sta coricato Larth Velcha. Ciò non le impedisce di toccare affettuosamente con una mano la spalla del marito, mentre con l’altra gli porge l’uovo simbolo di rinascita. La stessa malinconica tenerezza (ma quanta differenza) che si ritrova in un’immagine di tre secoli prima, nella tomba dei Vasi Dipinti, dove l’uomo con gesto delicato prende tra le dita il mento della compagna che le sta accanto, volgendo verso di sè quel viso per contemplarlo un’ultima volta negli occhi.

di Giovanni Spini
Enio Pecchioni

Giovanni Spini, Enio Pecchioni
FIRENZE ETRUSCA
Ipotesi storiche e realtà archeologiche
Press & Archeos, 2011, p. 86
€ 10,50

L’esistenza di una Firenze etrusca, precedente all’importante colonia romana, è da sempre relegata a mera possibilità, talvolta semplice fantasia o leggenda.
Eppure, vista la quantità di ritrovamenti nei dintorni di Firenze e visto il generale progresso della ricerca, è oggi possibile, forse con un po’ di coraggio, affrontare seriamente la questione archeologica dell’esistenza di un insediamento etrusco in riva all’Arno.
A cimentarsi per la prima volta in un saggio specificamente dedicato a tale argomento sono due autori da sempre dediti allo studio delle antichità fiorentine. Il risultato è un testo avvincente che sorprenderà molti lettori, consistente in un’indagine analitica ma appassionata, forte di ipotesi inedite quanto plausibili e di affascinanti ricostruzioni narrative.

Giovanni Spini ed Enio Pecchioni sono membri del Gruppo Archeologico Fiorentino associazione che per anni ha studiato la romana Florentia, il medioevo fiorentino e le antichità fiesolane.
Il primo, mitologo e romanziere, è autore de ‘La Quadriga infernale’ (2010) e vari saggi. Il secondo è autore di ‘Storia di Fiesole’ (1979), ‘Antiche curiosità fiorentine’ (1990), ‘La Battaglia di Fiesole’ (2010) ed altre pubblicazioni.



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