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	<title>Press &#38; Archeos &#187; Articoli</title>
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		<title>Le Naumachie nell&#8217;antica Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 12:12:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell’antica Roma si indicavano con questo termine sia particolari edifici di spettacolo, sia i combattimenti navali ( dal greco naus, nave e maxia, battaglia) che in essi si svolgevano con tanto di morti e di feriti. Benché Servio, grammatico e commentatore romano, ce ne parli a proposito della guerra punica, ricordando come i romani praticassero le naumachie alla stregua di (...)]]></description>
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<p> di Giovanni Spini</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nell’antica Roma si indicavano con questo termine sia particolari edifici di spettacolo, sia i combattimenti navali ( dal greco </span><span style="font-size: medium;"><i>naus</i></span><span style="font-size: medium;">, nave e </span><span style="font-size: medium;"><i>maxia</i></span><span style="font-size: medium;">, battaglia) che in essi si svolgevano con tanto di morti e di feriti.<br />
Benché Servio, grammatico e commentatore romano, ce ne parli a proposito della guerra punica, ricordando come i romani praticassero le naumachie alla stregua di esercitazioni militari in preparazione degli scontri con Cartagine, la più antica testimonianza attendibile relativa a questo tipo di spettacolo è data da Svetonio a proposito delle celebrazioni tenute da Cesare in occasione del suo quadruplice trionfo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Tra l’agosto e il settembre del 46 a.C., Cesare celebrò quattro trionfi, uno per ciascuna campagna militare che aveva portato a termine con successo: quella di Gallia, quella in Egitto, quella nel Ponto e quella in Africa. In ciascuna occasione il generale, vestito di abiti di porpora, percorse sul carro trionfale la Via Sacra, mentre dietro di lui scorrevano i legionari, il bottino e i prigionieri. I soldati in particolare, durante la processione, declamavano versi di lode e scherno (</span><span style="font-size: medium;"><i>carmen triumphale</i></span><span style="font-size: medium;">) nei confronti di Cesare, ora prendendone in giro i costumi sessuali ora celebrandone le storie, con il cartello che recava la scritta </span><span style="font-size: medium;"><i>Veni, vidi, vici</i></span><span style="font-size: medium;">, riferito alla fulminea vittoria nel Ponto.</span></p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/nauma.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2283" alt="nauma" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/nauma.jpg" width="395" height="187" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Particolarmente suggestiva fu la celebrazione della vittoria sui Galli, durante la quale Cesare salì sul Campidoglio sfilando tra quaranta elefanti che reggevano dei candelabri. Ad ornare il corteo, in quell’occasione, ci fu Vercingetorige che, catturato da Cesare ad Alesia, in Francia, era da cinque anni rinchiuso in prigione; terminata la celebrazione fu subito strangolato.<br />
In occasione dei </span><span style="font-family: Calibri,serif;"><span style="font-size: medium;">trionfi</span></span><span style="font-size: medium;">, Cesare offrì agli abitanti di Roma rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori e ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali, e organizzò dei banchetti ai quali presero parte oltre duecentomila persone. Utilizzando i bottini delle varie campagne, che ammontavano a oltre 600mila sesterzi, poté finalmente elargire le somme di denaro che aveva da tempo promesso al popolo e ai legionari: ogni abitante dell’Urbe beneficiò di 75 denari, a cui se ne andarono ad aggiungere altri 25 come indennizzo per il ritardo della consegna dei denari stessi; ogni legionario, invece, ricevette 24mila sesterzi e un lotto di terra. Cesare, infine, annullò le pigioni che ammontavano, a Roma, a meno di 1000 sesterzi, e quelle che ammontavano, in tutto il resto d’Italia, a meno di 500. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La naumachia di Cesare, situata secondo alcuni in Campo Marzio, località minore Codeta, secondo altri presso il tempio della dea Fortuna in Trastevere, fu uno spettacolo che vide impegnati circa 6mila uomini fra rematori e combattenti delle due flotte nemiche siriana ed egiziana. La fossa che ospitò la battaglia venne scavata fino a una profondità di 11/12 mt in modo da consentire all’acqua di filtrare dal terreno. Non potendo essere svuotata, fu colmata e spianata nel 43 a.C.<br />
Si sa che il popolo rimproverò Cesare dello sperpero di tanto denaro proveniente soprattutto dalle onerose tasse imposte dal dittatore, fu quindi probabilmente per ragioni economiche ed anche igieniche, dovute al prolungato ristagno delle acque, che questo genere di edifici non ebbe la stessa fortuna degli altri destinati al pubblico divertimento e ne esistono scarse tracce, riscontrabili quasi unicamente attraverso le testimonianze letterarie che ad essi si riferiscono. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Di particolare rilievo è l’iscrizione ancirana (da </span><span style="font-size: medium;"><i>Ancira</i></span><span style="font-size: medium;">, l’odierna Ankara) delle </span><span style="font-size: medium;"><i>Res gestae</i></span><span style="font-size: medium;"> di Augusto: “</span><span style="font-size: medium;"><i>…Offresi al popolo uno spettacolo di battaglia navale oltre il Tevere, in un luogo ove è adesso il bosco dei Cesari, dopo avervi fatto scavare in profondità </i></span><span style="font-size: medium;">(lunghezza)</span><span style="font-size: medium;"><i> per 1800 piedi (533 mt) e in larghezza per 1200 piedi (355 mt). In questo luogo impegnarono fra di loro la lotta trenta navi rostrate e biremi, e ancor di più di quelle più piccole. Combatterono in queste flotte, oltre agli uomini delle ciurme, circa 3000 uomini.</i></span><span style="font-size: medium;">” Queste poche righe scritte dall’imperatore già ci offrono un’idea abbastanza precisa su questo genere inconsueto di spettacolo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Augusto, da abile politico, senza badare a spese, distribuiva “</span><span style="font-size: medium;"><i>panem et circenses</i></span><span style="font-size: medium;">”, facendo combattere fra loro piccole flotte o riproducendo in miniatura autentiche battaglie navali. Si deve a lui, quindi, la costruzione del primo edificio apposito per questo tipo di spettacolo, dotandolo addirittura di un acquedotto, l’Alsietino, creato appositamente, che dal lago di Martignano, dopo un percorso di 33 km, giungeva in Trastevere nell’area di S. Cosimato scaricando 180 litri d’acqua al secondo. Fu inaugurato nel 2 a.C. per solennizzare la dedica del tempio di Marte Ultore e vi rappresentò la battaglia di Salamina. Questa naumachia rimase funzionante fino al III sec. d.C. Sempre Augusto, nel Circo Flaminio, offrì delle caccie d’acqua nel corso delle quali furono uccisi ben 36 coccodrilli.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Rimanendo nell’ambito dell’Urbe, un’altra importante naumachia fu quella Vaticana. Sorgeva in Trastevere, fra Castel Sant’Angelo e S. Pietro. Secondo alcuni fu la naumachia di Domiziano, completata da Traiano che la dedicò nel 109 d.C. ai Fasti Ostiensi.<br />
Vi furono altre due probabili naumachie dopo quelle certe di Cesare e Augusto: quella di Caligola e quella di Domiziano. La prima pare fosse situata in Campo Marzio dove, approfittando della vicinanza dello speco dell’Acqua Vergine, si sfruttò l’impianto dei </span><span style="font-size: medium;"><i>Saepta Julia</i></span><span style="font-size: medium;"> (una specie di grande recinto di 300 x 120 mt, usato per i comizi, poi per le adunanze del Senato e le assemblee popolari) per gli spettacoli naumachiarii. La seconda, forse anch’essa in Campo Marzio, fu costruita per celebrare il trionfo sui Daci. La sua posizione è molto incerta e scarsamente attendibile, anche se diverse piante, a partire dal 1500, la riportano in questo luogo. Secondo alcuni è da collocare presso Piazza di Spagna, dove ancora nell’anno 1000 esisteva uno stagno che i monaci di S. Silvestro in Capite affittavano per la pesca. Secondo altri, come abbiamo detto sopra, in Vaticano. I suoi marmi furono adoperati per restaurare il Circo Massimo. Domiziano aveva già dato spettacoli simili allagando l’area del Colosseo. Pare che anche Tito, nel 80, abbia inondato il Colosseo riproducendo una battaglia fra Corciresi e Corinzi. Ma come vedremo più avanti, le naumachie nel più famoso anfiteatro del mondo sono assai dubbie.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/800px-La_naumaquia-Ulpiano_Checa.jpg"><img class="size-full wp-image-2281 aligncenter" alt="Le Naumachie antiche" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/800px-La_naumaquia-Ulpiano_Checa.jpg" width="364" height="254" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><br />
In realtà sappiamo ben poco di questo genere di spettacolo e, per quanto finora conosciamo, edifici appositi furono innalzati solo a Roma, se si eccettua quello ritrovato recentemente a Taormina e un probabile avanzo di naumachia venuto alla luce a Gerasa (attuale Gerash-Amman) nei pressi del teatro settentrionale. A Roma erano scelte a questo scopo zone pianeggianti prossime al Tevere, in cui si ricavava il profondo bacino destinato ad accogliere la quantità d’acqua indispensabile per lo svolgimento delle battaglie navali. Lo scavo doveva necessariamente essere molto profondo e ci appare simile a voragine nel caso della già citata naumachia di Cesare per la quale Svetonio adopera appropriatamente l’espressione “</span><span style="font-size: medium;"><i>in morem cochleae</i></span><span style="font-size: medium;">”, dove cochleae indicherebbe l’andamento a spirale delle gradinate dovuto alla notevole profondità dello scavo, indispensabile per raggiungere le acque del Tevere. Da Augusto in poi, l’acqua immessa nelle naumachie fu anche quella degli acquedotti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Una volta terminato lo spettacolo, questa grande massa d’acqua era fatta defluire nel fiume tramite una apposita rete di cunicoli, qualcuno dei quali è stato ritrovato. Secondo quanto ci dice Marziale (</span><span style="font-size: medium;"><i>De Spect</i></span><span style="font-size: medium;">. 24), pare addirittura che lo svuotamento di un tale volume d’acqua avvenisse molto rapidamente, in maniera che gli spettatori che avevano da poco terminato di assistere ai combattimenti di biremi e triremi, potessero godere di altri generi di spettacoli, quali </span><span style="font-size: medium;"><i>venationes</i></span><span style="font-size: medium;"> e giochi gladiatori.<br />
Sicuramente questi edifici dovevano essere dotati di banchine e di diversi ordini di gradinate per gli spettatori. Accessorio indispensabile era poi il grosso canale navigabile che permetteva l’accesso al bacino naumachiario delle navi partecipanti che risalivano il Tevere. A questo proposito Cassio Dione (LXI, 20) ci racconta che Nerone, dopo aver partecipato al festino offerto al popolo nella naumachia (fatta costruire da Augusto), in occasione delle Juvenalia (feste celebrate dai collegi dei giovani romani) del 59, verso mezzanotte se ne andò a casa usando il canale esistente presso il Tevere: “…</span><span style="font-size: medium;"><i>Inde media nocte per fossam in Tiberim navigavit</i></span><span style="font-size: medium;">”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Onde evitare che la presenza del canale fosse di ostacolo per la libera circolazione lungo la riva del fiume, venne creato un ponte mobile (Plinio, </span><span style="font-size: medium;"><i>N.H.</i></span><span style="font-size: medium;"> XVI, 190-200) che poteva essere alzato ogni volta che ce ne fosse la necessità. Questo ponte era costruito in legno e fu rifatto all’epoca di Tiberio, usando unicamente legname di larice proveniente dalla Rezia.<br />
Ma chi erano i protagonisti di questi eccentrici spettacoli? Similmente ad altri giochi cruenti in cui nessuna finzione era ammessa, gli uomini che prendevano parte alle naumachie erano schiavi, prigionieri di guerra, o criminali comuni già condannati a morte. Si può immaginare l’entusiasmo e lo stupore degli spettatori alla vista di queste navi disposte in formazione di battaglia e delle loro pittoresche ciurme indossanti i costumi e le armature tipiche della nazioni in lotta che rappresentavano! Negli stessi spettacoli erano anche mostrati animali esotici sconosciuti alla maggioranza degli abitanti di Roma, quali coccodrilli, ippopotami, rinoceronti, nonchè balletti acquatici di presunte Nereidi e Tritoni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Le naumachie non furono rappresentate unicamente negli omonimi edifici, ma a volte anche nei circhi, negli anfiteatri e nei teatri. Spesso, nelle città dell’Impero che erano sprovviste di edifici idonei a questo tipo di spettacolo, fu utilizzato l’emiciclo dell’orchestra teatrale, opportunamente trasformato in vasca per la rappresentazione di caccie d’acqua e </span><span style="font-size: medium;"><i>tetimimi</i></span><span style="font-size: medium;">, una sorta di esibizioni acquatiche di mimi. Le </span><span style="font-size: medium;"><i>colimbetre</i></span><span style="font-size: medium;">, cioè le orchestre modificate, si possono riscontrare ad Atene, Corinto, Argo, Siracusa, Ostia ecc.<br />
Per quanto riguarda gli anfiteatri, Cassio Dione e Marziale ci parlano di naumachie avvenute nel Colosseo sotto Nerone e Tito, ma non ci forniscono informazioni sulle modalità di funzionamento del flusso e deflusso delle acque, essendo l’edificio adibito anche e soprattutto ai giochi gladiatori. E nemmeno gli archeologi hanno trovato prove che confermino tali affermazioni, mentre è certo che l’arena di Verona e quella di Merida, in Spagna, ospitavano giochi d’acqua, ma non naumachie, essendo i bacini troppo poco profondi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La fossa centrale dell’anfiteatro di Verona era collegata a due condutture assiali. La galleria ovest ad un acquedotto, mente quella est, più profonda, era destinata al deflusso nell’Adige. Il bacino di Merida era ancora meno profondo di quello di Verona, avendo un’altezza di soli 1,5 mt, assolutamente non sufficiente ad ospitare navi, inoltre, misurava appena 18,5 mt di lunghezza x 3,7 mt di larghezza.<br />
Al di fuori degli edifici appositi o modificati, si sa che Sesto Pompeo, nel 40 a.C., diede una naumachia di prigionieri di guerra in mare, e precisamente nello stretto di Messina.</span></p>
<p>Ma la più grandiosa battaglia navale fu tenuta nel 52 d.C. da Claudio sul lago del Fucino, per celebrare il termine dei lavori di costruzione dell’emissario del Liri. La galleria, che funzionò fino al IV secolo, doveva operare la bonifica del luogo. L’inizio dei combattimenti fra Rodiesi e Siciliani fu dato dal suono di una bucina tenuta da un enorme Tritone argenteo sorto, per mezzo di un congegno speciale, dalle acque del lago. Ma vediamo cosa racconta Tacito (<span style="font-size: medium;"><i>Annal</i></span><span style="font-size: medium;">. 1,XIII) a tal proposito. La descrizione meraviglia e stupisce, come genere di spettacolo, anche noi: “…</span><span style="font-size: medium;"><i>Per tal cosa egli armò molte triremi e quadriremi con 19mila uomini, circondando con navi la periferia destinata allo spettacolo per togliere ai combattenti ogni modo di sfuggirne: con tutto ciò abbracciò lo spazio per costringere i remiganti delle navi alle arti tutte, ed agli assalti navali come nelle battaglie costumansi. In esse navi, le compagnie e i manipoli delle coorti pretoriane eranvi collocate, tenendo avanti di loro i ripari nei quali erano disposte macchine da guerra, catapulte e balliste. Il rimanente del lago veniva sorvegliato da soldati di marina disposti su navi coperte. Una immensa moltitudine accorsavi dai vicini municipi e dalla stessa Roma, chi per il desiderio di vedere, e chi per corteggiare l’imperatore, occupò a guisa di teatro le alture delle rive, delle colline e dei monti. Egli (Claudio), ornato di nobile veste imperiale, standogli al fianco Agrippina in clamide tessuto d’oro, vi assisteva. Benchè tra delinquenti si combattesse, nonostante pugnarono da uomini generosi, e solo dopo molte uccisioni e ferimenti, ai superstiti fu concessa la vita</i></span><span style="font-size: medium;">”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Anche Svetonio descrive la naumachia di Claudio, svelandoci un particolare che è sempre stato prerogativa dei gladiatori nelle arene; fu infatti solo in quell’occasione che i combattenti, prima della battaglia, pronunciarono la famosa frase “</span><span style="font-size: medium;"><i>morituri te salutant</i></span><span style="font-size: medium;">”, parole che furono poi tradizionalmente, ma erroneamente attribuite, come abbiamo detto, ai gladiatori. Del resto, se vogliamo, anch’essi erano gladiatori</span><span style="font-size: medium;"><i> d’acqua</i></span><span style="font-size: medium;">.<br />
L’introduzione di nuove tecnologie portò inizialmente ad un incremento delle naumachie; delle circa venti che sono state rappresentate iconograficamente, quasi tutte appartengono all’epoca di Nerone e dei Flavi. Dopodichè scompaiono quasi del tutto. Fa eccezione quella di Traiano nel 109, perché scavi archeologici hanno effettivamente trovato nel territorio tra S. Pietro e Castel S. Angelo, la presenza di una costruzione con gradinate e tribune scoperte, la cui superficie era circa un sesto di quella della naumachia di Augusto. Inoltre, la presenza ancora nel medioevo dei toponimi “Naumachia” e “Dalmachia” nel luogo, ci attesta che vi si tenevano sicuramente spettacoli, anche se di portata molto limitata rispetto alle grandiose battaglie navali precedenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La caduta dell’impero romano non determinò, tuttavia, la fine totale di questo genere d’intrattenimento cruento. Si sa per certo che si tennero naumachie nel 1550 a Rouen per il re Enrico II di Francia e nel 1807 a Milano per l’imperatore Napoleone Bonaparte.<br />
Infine, ma di tutt’altro genere, una naumachia incruenta fu offerta al popolo da papa Alessandro VII il I° giugno 1656, riproducendo un combattimento tra feluche e bombarde nel lago di Castel Gandolfo.</span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><i>G. Spini</i></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/ad06871_010a.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2282" alt="ad06871_010a" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/05/ad06871_010a.jpg" width="392" height="280" /></a></p>
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		<title>Vasco Pratolini, centenario della nascita</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 17:27:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pratolini nacque a Firenze il 19 Ottobre 1913. Il padre, cameriere di caffè, due anni dopo la nascita parte per la guerra ritornando poi ferito; la mamma che faceva la sarta, muore nel 1918 in seguito a complicazioni nel dare alla luce il fratello Dante (in seguito chiamato Ferruccio). Dopo qualche tempo il babbo si risposa ma Vasco resta ad abitare con i nonni in Via de’ Magazzini; dopo la morte del nonno, in Via del Corno. Qui, in quello che sarà il microcosmo di alcune delle sue opere, nella stradina sempre in ombra che si apre alle spalle di Palazzo Vecchio, lui e la nonna vivono in solitudine un’esistenza di miseria (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/pratolini2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2247" alt="pratolini2" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/pratolini2.jpg" width="130" height="141" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Pratolini nacque a Firenze il 19 Ottobre 1913. Il padre, cameriere di caffè, due anni dopo la nascita del figlio parte per la guerra, ritornando poi ferito; la mamma, che faceva la sarta, muore nel 1918 in seguito a complicazioni nel dare alla luce il fratello Dante (in seguito chiamato Ferruccio). Dopo qualche tempo il babbo si risposa ma Vasco resta ad abitare con i nonni in Via de’ Magazzini; dopo la morte del nonno, in Via del Corno.<br />
Qui, in quello che sarà il microcosmo di alcune delle sue opere, nella stradina sempre in ombra che si apre alle spalle di Palazzo Vecchio, lui e la nonna vivono in solitudine un’esistenza di miseria.</p>
<p style="text-align: justify;">A dodici anni Vasco comincia a lavorare. Fa il garzone di bottega, il venditore di caramelle nei cinema, il fattorino d’albergo, l’impiegato dell’agenzia italiana di un sapone di Marsiglia, il tipografo e l’operaio di fabbrica.<br />
Divora tutto quanto sia possibile studiando da autodidatta, cresce nell’amicizia di Ottone Rosai e di Romano Bilenchi, si documenta instancabilmente, senza pensare a nutrirsi. Dalla primavera del ’35 all’autunno del ’36 la tubercolosi lo costringe a due lunghi periodi in sanatorio in alta Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra il 1932 e il 1939 collabora al periodico fiorentino “Il Bargello” (organo dei giovani fascisti), partecipa poi a Letteratura con il racconto “Prima vita di Sapienza”e a l’Incontro; nel 1938 fonda insieme al poeta Alfonso Gatto la rivista “Campo di Marte”. Tra le due degenze in sanatorio, Elio Vittorini, lo apre a nuove letture e lo coinvolge nel comunismo, spingendolo a collaborare al leggendario “Politecnico”.<strong></strong></p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Campo-di-Marte.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2248" alt="Campo di Marte" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Campo-di-Marte-743x1024.jpg" width="227" height="312" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le esperienze nelle riviste fiorentine si dedica alla narrativa. Nacquono così Il tappeto verde (1941), Via de’ Magazzini, Le amiche, riuniti poi con altri in Diario Sentimentale, che rievocano in chiave più o meno autobiografica, l’umile Firenze della sua giovinezza popolana, ricordi marcati di caldo interesse per i poveri e per la loro vita nell’ambito della città e del quartiere.<br />
Prstolini partecipa alla Resistenza e nel dopoguerra è giornalista a Milano. Nominato insegnante negli istituti d’arte per qualche tempo lavora a Torino e Napoli. Nel 1951 si trasferisce a Roma con la famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Cronaca familiare, 1947 e Diario sentimentale, 1957 che raccoglie scritti del periodo 1935-43, scandiscono anch’essi i tempi della sua fanciullezza ed esprimono una delicata confessione per la morte del fratello, ritraendo figure femminili con la tenera arrendevolezza di chi ha sofferto le carenze affettive dell’infanzia.<br />
Il Quartiere (1943) affronta in un contesto corale il formarsi della coscienza politica di individui appartenenti a nuclei del sottoproletariato urbano; il raggiunto realismo obiettivo della rappresentazione consentirà allo scrittore di riprodurre in allegra chiave satirica la vitalità elementare e perciò labile di Le ragazze di SanFrediano (1948) (si dice tutte modelle dell’amico Pietro Annigoni); di sapere osservare con rigore morale gli errori ideologici di Un eroe del nostro tempo (1947), e si esprimerà compiutamente in Cronache di poveri amanti (1946): le voci, i canti, le imprecazioni, il grido dei venditori di povere cose, le speranze che si “affacciano” dalle persiane sconnesse, sono i “personaggi” del repertorio pratoliniano.</p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/cronache-di-poveri-amanti.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2249" alt="cronache di poveri amanti" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/cronache-di-poveri-amanti-643x1024.jpg" width="216" height="343" /></a></p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Un-eroe-del-nostro-tempo.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2250" alt="Un eroe del nostro tempo" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Un-eroe-del-nostro-tempo-597x1024.jpg" width="207" height="352" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questi personaggi che nell’ambiguità delle esperienze sentimentali e nella durezza della loro condizione sociale imparano a conquistarsi dietro le barricate, insieme all’aria e al sole (dal finale del Il Quartiere) anche la libertà contro la violenza dello squadrismo fascista.<br />
La perfetta tecnica narrativa di questo periodo è dovuta all’apporto di certe consonanze stilistiche e tematiche acquisite dallo scrittore francese Charles-Louis Philippe, di cui Pratolini, nel 1944, aveva tradotto Bubu de Montparnasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Metello (terminato nel 1952 e pubblicato nel 1955), primo valido romanzo della trilogia Una storia italiana, che si completa con Lo scialo (1960) e Allegoria e derisione (1966), provoca al suo apparire vivaci polemiche e utili messe a punto sui problemi del “neorealismo”. In questo ciclo autonomo di narrazioni Firenze è il microcosmo emblematico in cui si muovono personaggi del popolo e della borghesia, attori e vittime di eventi storici, di crisi sentimentali e ideologiche, di ossessioni e anomalie sessuali, che Pratolini scandaglia con sottigliezza e con dolente affettuosa comprensione, soprattutto per certi aspetti introversi della psicologia femminile.</p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Pratolini-1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2251" alt="Pratolini  1" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Pratolini-1-695x1024.jpg" width="231" height="340" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il “rifredino” La costanza dellaragione (1963), sembrava interrompere il motivo intessuto di cronaca e storia ideato per la trilogia, con un ritorno ai fantasmi dell’adolescenza e alla ricomposizione di paesaggi fiorentini cari a Pratolini, mentre invece stavano maturando, con ansia metafisica e con una riscoperta vocazione dell’ermetismo le pagine di Allegoria e derisione (1966).<br />
Oltre a esperimenti di teatro (La domenica della povera gente, 1952; Lungo viaggio di Natale, 1954), Pratolini ha dedicato a Firenze sentite note di poesia in La città ha i miei trent’anni (1967); per terminare con l’ultima uscita, frammenti di versi del Mannello di Natascia (1985).</p>
<p style="text-align: justify;">Un eroe del nostro tempo del 1947, Mestiere divagabondo e le prose de Il miocuore a ponte Milvio, sono pagine di minor impegno ma sempre significative.<br />
Pratolini non è stato soltanto “oggetto di cinema”, nel senso che alcuni tra i suoi romanzi più fortunati sono stati trasportati sullo schermo, ma anche un autore “di cinema”, sia come sceneggiatore sia come soggettista. Scrisse la sceneggiatura del film Paisà di Roberto Rossellini dove tra l’altro è descritta una pagina memorabile della storia di Firenze durante la Liberazione del 1944; partecipò alla sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli di Visconti.<br />
Quando i registi utilizzavano le sue opere, non sbagliavano mai, infatti, con Cronaca Familiare Zurlini vinse al Festival di Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pratolini condivise l’impegno politico dentro o accanto ai democratici di sinistra: amò con infantile passione gli sport più popolari; sono leggendarie le sue cronache sui quotidiani insieme al poeta Alfonso Gatto, di alcuni eroici Giri d’Italia; infatti, fu anche eccellente giornalista a “Il Nuovo Corriere” di Romano Bilenchi.<br />
Definito “Lo scrittore della simpatia umana” da Geno Pampaloni, scrittore “populista” da Asor Rosa, fu un raccontatore disinvolto, capace di cucire storie importanti sulle piccole cose d’ogni giorno. Lo scrittore Pratolini è stato un personaggio che ha rappresentato la sua città e il suo tempo come forse nessun altro nel panorama novecentesco, quello scorcio del novecento durante il quale Firenze dominava sulla cultura italiana, prima di abdicare su tutto e sprofondare quasi nell’indifferenza, se non ci fossero il turismo, le sfilate di Pitti e l’ultimo slancio di Matteo Renzi.</p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Letteratura.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2253" alt="Letteratura" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/03/Letteratura-743x1024.jpg" width="219" height="301" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">A Pratolini non fu assegnato il premio Nobel per la letteratura, forse perché i suoi detrattori fecero pesare i suoi travagli per il passaggio dal fascismo al comunismo. Per queste vicende lo scrittore pagò i piccoli compromessi con la politica, che uno scrittore che doveva lavorare per vivere era costretto ad accettare.<br />
Vasco Pratolini, ci ha lasciato di Firenze un ritratto che poche altre città dell’Italia contemporanea possiedono.<br />
Pratolini è morto a Roma il 12 Gennaio 1991; la camera ardente fu allestita in Campidoglio, quindi la salma fu portata a Firenze e tumulata nel cimitero delle Porte Sante.<br />
Vasco Pratolini rimane il più grande scrittore fiorentino degli ultimi due secoli e merita dunque di essere riproposto alle nuove generazioni.<br />
Purtroppo in questi tempi digitali, e un po&#8217; alla Dan Brown, pochi, specialmente tra i giovani, lo conoscono e il nome <em>Metello</em> è diventato una rarità in riva all’Arno&#8230;</p>
<p><em>Enio Pecchioni</em></p>
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		<title>La decadenza della Divinazione</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2013 10:48:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[astrologia etrusca]]></category>
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		<category><![CDATA[la scienza degli aruspici]]></category>
		<category><![CDATA[storia della divinazione]]></category>

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		<description><![CDATA[(...) Le complicate ed ampollose manifestazioni degli addetti alla divinazione nei tre rami principali dell’Etrusca Disciplina, suscitarono negli spiriti meno soggetti ad antichi pregiudizi e più consapevolmente fiduciosi nell’umano progresso, non poca incredulità. Ad esempio quando, ai tempi di Cesare, i sacerdoti asserirono di aver trovato un magnifico vitello, vittima sacra in una solenne cerimonia, privo di cuore (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;">Di Enio Pecchioni e Giovanni Spini</span></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Abbiamo già trattato in altri articoli (vedi in particolare Grillo Fiorentino n.7 e 9, 2002), dell’arte divinatoria del popolo etrusco e di come i romani tenessero in grande considerazione i sacerdoti preposti a questa disciplina. Ciononostante non mancarono aspre critiche, dovute in parte al proliferare di ciarlatani che si spacciavano per indovini. La crisi di reclutamento degli aruspici che affliggeva le classi alte è, infatti, atttestata dal discredito nel quale era scivolato ciò che all’origine era un sacerdozio e che era divenuta una professione sordida. A misura che diminuiva il numero degli aruspici qualificati, aumentava la folla degli indovini da villaggio, che sfruttava la credulità dei gonzi. Plauto e Pomponio non hanno che sarcasmi per questi ciarlatani e Catone, preoccupato del buon ordine della sua proprietà rurale, ne impedì l’accesso agli aruspici, auguri, dicitori di buona fortuna e astrologhi”.*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Le complicate ed ampollose manifestazioni degli addetti alla divinazione nei tre rami principali dell’Etrusca Disciplina, suscitarono negli spiriti meno soggetti ad antichi pregiudizi e più consapevolmente fiduciosi nell’umano progresso, non poca incredulità. Ad esempio quando, ai tempi di Cesare, i sacerdoti asserirono di aver trovato un magnifico vitello, vittima sacra in una solenne cerimonia, privo di cuore. All’incredulità si aggiungeva talvolta anche il dileggio; Catone, come abbiamo visto, fu particolarmente scettico e caustico verso i vaticini espressi dalla casta sacerdotale. Cicerone dichiarò che una serie di divinazioni, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>quam multa luserant</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, si erano dimostrate fasulle, aggiungendo di non poter trovare alcun nesso tra gli umani avvenimenti e le viscere di una pecora. Asserzione non priva di un certo coraggio da parte di chi, tra le varie cariche, era stato anche Augure. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/Specchio-etrusco-con-laruspice-Chalcas-che-esamina-un-fegato.V-sec.-a.-C.-Bronzo.-Museo-Gregoriano-Etrusco.-Roma-Palazzi-vaticani.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2213" title="Specchio etrusco Chalcas Museo Gregoriano Etrusco Roma Palazzi vaticani" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/Specchio-etrusco-con-laruspice-Chalcas-che-esamina-un-fegato.V-sec.-a.-C.-Bronzo.-Museo-Gregoriano-Etrusco.-Roma-Palazzi-vaticani.jpg" alt="" width="300" height="290" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">In un brano dell’opera “De Divinatione”, sempre di Cicerone, si può leggere: “L’avverarsi delle predizioni, dicono i fautori dei vaticini, si può paragonare all’effetto dei rimedi sulle malattie: l’effetto dei medicinali costituisce infatti un dato inoppugnabile dell’esperienza, anche se noi non riusciamo a comprendere come abbiano fatto i medici ad inventare o trovare i rimedi stessi&#8230;”. Nella stessa opera, in forma di dialogo, il fratello del grande oratore, Quinto, sostiene energicamente le parti degli indovini che definisce “esseri illuminati dagli dèi”, dichiarando: “I fatti sussistono, occorre quindi accontentarci di constatare che certi vaticini si avverano, senza indagarne le cause”. In un altro punto Cicerone parla dei prodigi che due anni prima, nel momento in cui Catilina tramava i fili della congiura, avevano eccitato la superstizione romana, attestando che la statua della Lupa del Campidoglio era stata colpita dal fulmine e che i due gemelli che allattava erano andati distrutti: “Chi allora, scorrendo i trattati e i monumenti degli esperti, non traeva dai fogli etruschi predizioni sinistre?” Del famoso oratore possediamo inoltre un discorso che illustra l’autorità esercitata sulla coscienza romana dalla vecchia civiltà etrusca. In un quartiere alle porte di Roma si udirono un giorno violenti e sordi rimbombi. Si fece appello agli Auguri che, consultati i loro libri, sentenziarono che era il segno che qualche luogo consacrato era stato profanato. Si trattava, dichiarò subito Publio Clodio, avversario accanito di Cicerone, del terreno sul quale questi stava ricostruendo la propria casa distrutta durante il suo esilio, sebbene fosse stato confiscato a favore della dea Libertà. Nient’affatto, replicò l’oratore, era la casa vicina, quella di Clodio, che gli dèi indicavano, perchè nonostante il santuario e gli altari che custodiva, Clodio ne aveva fatto un luogo di dissolutezza. Cicerone, sviluppando poi la sua controffensiva dimostrava che, a scrutare più a fondo i libri fulgurales, si scopriva che altri misfatti, dei quali Clodio era responsabile, erano stati commessi&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Di contro, gli avversari dei vaticini, e naturalmente Cicerone, smentendosi in continuazione si dichiara d’accordo con loro, attribuiscono l’avverarsi delle divinazioni stesse al semplice caso: trattandosi di medici poi, spiegano che il successo è dovuto unicamente alle conoscenze “scientifiche” (nel senso moderno della parola) degli indovini. Citando, tra l’altro, quando Talete di Mileto (624-546 a.C.), uno dei Sette Sapienti, onde far ricredere i propri critici che accusavano i filosofi di vivere con la testa tra le nuvole e di essere incapaci di concludere affari redditizi, acquistò, prima della fioritura, tutti gli ulivi del paese e ne ricavò poi, tra lo stupore di tutti, un raccolto formidabile, come egli aveva previsto </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>quadam scientia</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">. Anche un altro celebre indovino, Ferecide di Siro, maestro di Pitagora, vista disseccarsi l’acqua in un pozzo perenne, annunciò tempestivamente un prossimo terremoto. Cicerone, ovviamente, sentenzò che più che un sagace indovino, avrebbe dovuto essere considerato un ottimo medico o un uomo di scienza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/800px-Orvieto_Tempio_Etrusco_Del_Belvedere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2214" title="Orvieto_Tempio_Etrusco_Del_Belvedere" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/800px-Orvieto_Tempio_Etrusco_Del_Belvedere.jpg" alt="" width="348" height="260" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Anche se era in costante aumento in Roma il numero di quanti osavano dubitare, in contrasto con la casta sacerdotale, della serietà dei vaticini ed attribuivano il loro eventuale avverarsi a varie cause, la pratica della </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>divinatio</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ed in particolare dell’</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>haruspicium</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, perdurò validissima fino in epoca bizantina. Questo potrebbe far pensare, probabilmente, che gli antichi romani fossero esageratamente creduloni, ma se guardiamo ai giorni nostri quanta gente spende per lotto, lotterie </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>et similia </em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">ingenti somme in base alle varie cabale e al Libro dei sogni, sarebbe forse più giusto ritenere che nell’antica divinazione, non tutto fosse inveterata superstizione o pura ciarlataneria. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">É d’obbligo, quindi, dare credito alle infinite esperienze tratte per undici secoli dai sacerdoti etrusco-romani mediante le loro minute e analitiche osservazioni in ogni settore e mediante l’accurata registrazione di una interminabile e complessa casistica. Teniamo presente, ad esempio, le continue osservazioni astronomiche, le possibilità che i </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>fulgurales</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> ebbero di formarsi un quasi preciso concetto di gran parte delle leggi che regolano i fenomeni celesti, le conoscenze ornitologiche riportate dagli Auguri, le accurate indagini che portarono, attraverso secolari rilievi, gli Aruspici ad una conoscenza perfetta dell’anatomia animale. Quanto alle ricognizioni sanitarie dei sacerdoti stessi, è interessante notare che Teofrasto di Lesbo, filosofo e scienziato del IV sec.a.C., allievo di Platone e di Aristotele, nella “Istoria delle piante”, ricorda come fin dai tempi di Eschilo i Greci definissero l’Etruria “paese ricco di rimedi” e i loro discendenti “sapienti produttori di rimedi”.  E tornando ancora più indietro nel tempo, Esiodo nella sua “Teogonia”, scrive che i figli della Maga Circe, così esperta nel preparare filtri, siano diventati principi etruschi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Purtroppo, testi veri e propri di medicina etrusca non sono stati rinvenuti o perlomeno riconosciuti come tali. Possiamo ad ogni modo asserire che il settore medico, e ancor di più quello chirurgico, erano in primo piano in Etruria e di conseguenza nella Roma imperiale, se numerosi termini etruschi quali </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>femur</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>tibia</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>fistula</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>tussis</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">, ecc. hanno potuto passare nel linguaggio popolare e scientifico del mondo antico e venire usati tuttora, dopo migliaia di anni, in tutto il mondo civile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/fegato.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-2215" title="fegato" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2013/01/fegato.gif" alt="" width="289" height="407" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Cicerone, è vero, aveva già effettuato, in campo medico, una netta distinzione tra quanti praticavano la </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>divinatio</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> e quanti seguivano i dettami della vera medicina: “&#8230;nel caso in cui si tratti della salute dell’uomo”, scriveva “ i medici non è che indovinino, ma è che si avvalgono del saper essi trarre preziosi indizi dallo stato delle vene, dal respiro del malato e da tante altre cose; così essi possono predire quanto avverrà al malato stesso, ma ciò unicamente per natura e per le loro diuturne osservazioni”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Tutto sommato, dobbiamo però concludere che gli antichi sacerdoti etruschi e poi quelli romani, anche nel campo medico, conglobando nozioni su nozioni, tra le quali anche l’odontoiatria e la protesi dentaria**, e forse rettificando gradualmente qualche loro prassi più tradizionale e retrograda, riuscirono ad inserire nei propri vaticini attendibili prognosi circa la salute pubblica e dei singoli, nonchè a crearsi indiscutibili benemerenze per avere contemporaneamente e costantemente ordinato rigorose e preziose norme igieniche a vantaggio di tutti. In tal modo, la </span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>scientia</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> vera, nata dalla superstizione, ebbe su questa il sopravvento, sia pure con quella lentezza di evoluzione che quei tempi lontani comportavano.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">*Durante il regno dell’imperatore Claudio (I sec.d.C.), su incoraggiamento del Senato romano, fu istituito un collegio di 60 elementi, l’</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><em>Ordo Sexaginta Haruspicum</em></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"> (inizialmente forse con sede a Tarquinia), retto annualmente da un capo che ebbe l’incarico di custodirne le regole, assicurandone la sopravvivenza fino all’epoca bizantina e competendo efficacemente con il cristianesimo nei primi secoli della sua diffusione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;">**</span><span style="font-family: Arial,sans-serif;">Scheletri trovati nelle tombe di Tarquinia mostrano delle mascelle con denti coronati e legati a ponte con leggeri adattamenti in oro, merito della estrema abilità dei medici-orefici. Una preziosa testimonianza di antichissima e tecnicamente perfetta protesi per paradontosi, ci viene dal cranio del VI sec.a.C. ritrovato nella necropoli di Poggio Gaiella a Chiusi, adesso nel museo archeologico di Firenze.</span></p>
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		<title>San Miniato al Monte e la pasticceria benedettina</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2012 16:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra pasticceri benedettini e prospettive editoriali, sul'«orlo» del 2013. Tra i tanti luoghi e persone che ho conosciuto nell'ultimo decennio grazie alla mia attività, e che volenti o nolenti hanno determinato lo scenario della mia ricerca, un posto particolare è occupato senz'altro dall'antica farmacia di san miniato al monte e dai suoi intraprendenti monaci. In questo negozietto, dove ancor oggi potete (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tra pasticceri benedettini e prospettive editoriali, sul&#8217;«orlo» del 2013</em></p>
<p>Tra i tanti luoghi e persone che ho conosciuto nell&#8217;ultimo decennio grazie alla mia attività, e che volenti o nolenti hanno determinato lo scenario della mia ricerca, un posto particolare è occupato senz&#8217;altro dall&#8217;antica Farmacia di San Miniato al Monte e dai suoi intraprendenti monaci. In questo negozietto, dove ancor oggi potete trovare qualcuno dei nostri dvd in vendita, ho avuto anzitutto una discussione fertile e inaspettata sul contenuto intellettuale delle nostre produzioni editoriali: questo è un fatto importante e incoraggiante, oggi ahimè più che raro.<br />
Che tali eccezioni mi si siano manifestate più di una volta nell&#8217;incontro con un ambito ecclesiastico, e nonostante il mio sottile e malcelato laicismo, è significativo di come certe istituzioni, secolari ma tutt&#8217;altro che secolarizzate, possano essere ancora un punto di riferimento spirituale per chiunque.</p>
<p>Ma i monaci di San Miniato hanno mostrato, ai miei occhi e a quelli di tutti, ulteriori e sorprendenti qualità, attraverso un progetto imprenditoriale ben lungi dalle contorsioni spirituali di certe ricerche. Sto parlando della loro <strong>Pasticceria</strong>, aperta già da qualche anno e più che mai attiva.<br />
Ed è notevole che questa attività derivi proprio da un&#8217;osservazione devota della regola benedettina: quest&#8217;ultima invita alla preghiera ed al lavoro e, non trovandosi un orto a San Miniato, ecco l&#8217;idea di darsi all&#8217;arte culinaria incoraggiando il &#8216;maestro&#8217; del caso: fratello Ildebrando.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/11/pasticceria.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2033" title="pasticceria" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/11/pasticceria-1024x768.jpg" alt="" width="361" height="270" /></a></p>
<p>Della Pasticceria di San Miniato hanno già scritto in tanti, e non sono certo qui a fare un post &#8216;pubblicitario&#8217;, funzione che non rientra nelle caratteristiche di questo blog.<br />
Se ho pensato d&#8217;evidenziare l&#8217;esistenza di questa attività e di scriverne di mio pugno senza fare i soliti copia-incolla, è per un intimo desiderio di riconoscenza nei confronti di ciò che ritengo buono; un ricordare, a me stesso e agli altri, quelli che sono i luoghi e le persone da cui è forse possibile ripartire, fosse solo acquisendoli come esempio, in un momento senz&#8217;altro difficile per chiunque faccia un qualsiasi lavoro legato alla materialità dei prodotti ed alla così detta &#8216;economia reale&#8217;.</p>
<p>Sia chiaro: non c&#8217;è bisogno di responsabilizzare monaci benedettini, o parroci di chiese che conservano spade nella roccia*, per riattivare valori fondamentali e incoraggiare una rigenerazione di sé e delle proprie &#8216;faccende&#8217;. La bontà di un giudizio utile, e la capacità di muoversi a prescindere da questa bontà, sono riconoscibili in individui di ogni estrazione e ambito sociale, purché essi abbiano vissuto fino in fondo, attraverso una sorta di lucida devozione, il rapporto con il proprio io. E ce ne sono tanti, tutti difficili da descrivere e talvolta sfuggenti e complessi come il sapore di un buon pezzo di pasticceria, di quelli in cui il cuoco ha un po&#8217; «sperimentato».</p>
<p>E&#8217; tanto più facile, a pensarci, riconoscere cosa si contrappone a tutto questo: la superficialità, la furbizia senza sfondo, la sfrontatezza di chi procede &#8216;nato imparato&#8217;, vedendo negli argomenti di cui si occupa solo quello che gli fa comodo vedere. Ecco ciò che non vorrei mai legare al nostro marchio editoriale, ma che in passato, <em>mea culpa</em>, non sono riuscito a non far comparire. &#8216;Cadute&#8217; che certi amici, ed i suddetti monaci stessi, hanno avuto la pazienza di farmi notare.</p>
<p>Convinto che l&#8217;aver dedicato sé stessi anche solo per qualche minuto a qualcosa di buono, non sia &#8216;pubblicità&#8217; ma &#8216;trasmissione di valori&#8217;, concludo ricordando l&#8217;indirizzo del sito della pasticceria di San Miniato dove potrete acquistare <strong>crostate</strong>, <strong>torte</strong>, pasticcini di ormai <strong>rinomata qualità</strong>. E sembra sia sempre meglio prenotare (anche con un sms) al 3489925905, perchè i prodotti vanno a ruba.</p>
<p>Linko anche un articolo che con entusiasmo ha già descritto l&#8217;attività pasticcera dei monaci, dando ulteriori indicazioni.</p>
<p><a href="http://www.sanminiatoalmonte.it/node/46">http://www.sanminiatoalmonte.it/node/46</a></p>
<p><a href="http://ioamofirenze.blogspot.it/2012/02/che-buoni-i-dolci-dei-monaci-di-san.html">http://ioamofirenze.blogspot.it/2012/02/che-buoni-i-dolci-dei-monaci-di-san.html</a></p>
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		<title>Baptist in Florence</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2012 08:38:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[The Baptist religion is charaterized by the fundamental and unconditional attachment to the Sacred Scriptures which are considered as the totally inspired Word not only in its message but also in the strict sense of the text. The teachings and testimony of the Baptists have, therefore, a particular biblical character that gives them a certain archaic quality, yet have an unquestionable penetrating force into the working class (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Adventist, Baptist, Evangelical of the Brethen, Metodist and Valdensian church in Florence”,</em></p>
<p>n. II</p>
<p style="text-align: justify;">The Baptist religion is charaterized by the fundamental and unconditional attachment to the Sacred Scriptures which are considered as the totally inspired Word not only in its message but also in the strict sense of the text. The teachings and testimony of the Baptists have, therefore, a particular biblical character that gives them a certain archaic quality, yet have an unquestionable penetrating force into the working class.<br />
Everything is strongly rooted by focusing profoundly on the figure and deeds of Christ, the crucifixion and resurrection, and is manifested in an incessant sanctification of believer’s entire existence, which rises from the belief in the conversion and resurrection of man.</p>
<p style="text-align: justify;">Baptists are distinguished by their punctual religious choice as an act of faith and mature will. They are called Baptists because of the importance they attribute to the baptism, which takes place only as an adult with an impressive ceremony in which the catechumen appear dressed in white in front of the pastor who then immerses them in the bath.<br />
Chronologically, the Baptist movement precedes the great religious reawakening that took place in the Anglo-Saxon world around the first half of rhe 18<sup>th</sup> century. Every community is independent from other communities and their administrative bodies. The church must renounce to any form of wordly supremacy and, consequently, cannot sign any concordat what-so-ever: within a free church is a free state.</p>
<p style="text-align: justify;">The Baptist religion is a poor religion of its own free will, as one can see by proof of its very own poverty: the Baptist community, therefore, is profoundly rooted within the people and is an example within itself of what is preached (especially in the proletariat population of black America, two-thirds of which are Baptist). The simple origins of these communities, however, have not prevented numerous followers to carry out important roles in political and social struggles, be it inside or outside of their country. One major example is Martin Luther King (1929-1968).<br />
There are about forty million Baptists in the world, ten thousand of which are in Italy. They arrived in Florence from Livorno in 1881 with Giuseppe Baratti and the English missionary John Wall, who, in a numerously attended ceremony, baptized the first five Florentine followers in the Arno river.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/chiesa-evangelica-battista.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1995" title="Chiesa Evangelica Battista Firenze" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/chiesa-evangelica-battista.jpg" alt="" width="282" height="211" /></a><em>foto tratta da tuscaning.com</em></p>
<p style="text-align: justify;">The beginning of the history of the Baptist Church of Florence is very peculiar: in 1778 a group of Florentines signed a deed in which they would dedicate themselves to the construction of a theatre in Borgognissanti.</p>
<p style="text-align: justify;">As the years passed, the theatre was built with a large stage and fifty-nine boxes arranged on three levels, adorned with ornaments and stucco-work. A twenty-two candle chandelier hung from the ceiling which was decorated with a star-filled sky, and from the proscenium hung a gracious clock. In 1866, following a press campaign set out to give theatre more “serious” names, the Theatre of the Solleciti, as it was then called, became entitled Theatre Rossini, where three of Rossini’s operas were performed.<br />
Afterwards, the company that ran the theatre found itself in great economic difficulty and, in 1887, the prefect of Florence shut down the theatre for security reasons since the function of numerous wooden structure were not guaranteed safe.</p>
<p style="text-align: justify;">The premises were then used as a book deposit, until 1895 when it was acquired by the English Baptist Mission which, at that time in Florence, still only had a meeting room in the Palazzo Buondelmonti in Piazza S. Trinita.<br />
At that time Baptist community was conducted by the missionary N.H. Shaw and Pastor Allegri who, as noted in the church’s memoirs, were concerned about “trying to cancel, as far as possible, the appearance of a theatre” The church (Borgognissanti 4) was inaugurated on November 4<sup>th</sup>, 1895, with the presence of all the representatives of the Evangelical community of Florence. The sermon was conducted by Prof. Giovanni Luzzi.</p>
<p style="text-align: justify;">In 1908, the building was completely renovated, retaining its “horse-shoe” shape as can still be seen today.<br />
The Florentine Baptist community that accounts for circa 350 followers, partecipates in the numerous educational and social programs for avangelical groups in Florence, one of which is exemplified by the 20-year old “Scuola Serale” or Evening School in the Santa Croce area, an institution that is extremely appreciated in its neighbourhood.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Enio Pecchioni</em></p>
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		<title>Adria e Spina, archeologia e storia alle foci del Po</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2012 10:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Solo alla metà del II sec.a.C., quando l’organizzazione romana del territorio padano si era ormai consolidata, lo scrittore greco Polibio (200 – 120 a.C. circa) ci trasmette la prima descrizione scientifica della pianura e del delta del Po. Lo storico romano Livio, un secolo dopo, è al contrario nebuloso e poco chiaro nel definire luoghi e itinerari, citandoli solo in conseguenza di eventi militari. Fa eccezione il litorale padano-veneto, con i suoi centri di frequentazione greca più importanti: Adria e Spina. Le fonti scritte che riguardano il nome Adria sono numerosissime. Già all’inizio del V sec.a.C. Ecateo di Mileto, riportato da Stefano di Bisanzio, grammatico del VI secolo, ne fa menzione (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Giovanni Spini</em></p>
<p style="text-align: justify;">Solo  alla metà del II sec.a.C., quando l’organizzazione romana del  territorio padano si era ormai consolidata, lo scrittore greco Polibio  (200 – 120 a.C. circa) ci trasmette la prima descrizione scientifica  della pianura e del delta del Po. Lo storico romano Livio, un secolo  dopo, è al contrario nebuloso e poco chiaro nel definire luoghi e  itinerari, citandoli solo in conseguenza di eventi militari. Fa  eccezione il litorale padano-veneto, con i suoi centri di frequentazione  greca più importanti: Adria e Spina.<br />
Le fonti scritte che riguardano il nome Adria sono numerosissime. Già  all’inizio del V sec.a.C. Ecateo di Mileto, riportato da Stefano di  Bisanzio, grammatico del VI secolo, ne fa menzione. Teopompo, storico  del IV sec.a.C., vissuto alla corte di Filippo di Macedonia, fa derivare  il nome da Adrìa, padre di Ionio illirico e fondatore della città. Per  altri il fondatore fu Diomede, eroe acheo di omerica memoria. I romani  la chiamarono <em>Atria</em> da non confondersi con <em>Hatria</em>, l’odierna Atri nel Piceno. L’origine etimologica si fa risalire, generalmente, all’alfabeto illirico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="../wp-content/uploads/2012/10/viablit%C3%A0-romana-nord-italia2.jpg"><img class="aligncenter" title="viablità-romana-nord-italia" src="../wp-content/uploads/2012/10/viablit%C3%A0-romana-nord-italia2.jpg" alt="" width="405" height="285" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Anticamente,  per i greci, tutto l’Adriatico era detto Ionio, ma già ai tempi del su  citato Teopompo, si faceva distinzione tra la zona meridionale e la  parte veneta (dai primi rami del delta del Po in sù) che veniva chiamata  <em>Adrias</em>, confermando l’importanza della città e del fiume  eponimo. Tutto il mare, di lì a poco, prenderà il nome di Adriatico,  mentre il fiume, in epoca romana, diventerà <em>Tartarus</em>, l’odierno  Tartaro-Canal Bianco, canale che si collegga al Po di levante, il ramo  padano isolato dalla corrente principale ad opera dei veneziani fra il  1599 e il 1604. Nel 1938 un ramo del Canal Bianco, navigabile, fu  inalveato a sud della città.<br />
Adria è situata oggi a circa 25 km. dal mare, mentre l’antica città  sorgeva, si suppone, a una distanza di circa 12 km., anche se alcuni  studiosi propendono per una maggiore antichità rispetto alla ben più  famosa Spina, e che, di conseguenza, la linea di costa fosse più  arretrata ed avesse, nella sua prima fase di vita, un porto sul mare.  Più probabilmente, essa sorgeva all’interno di vaste lagune chiuse da un  lido che si estendeva, come ci ricorda Plinio il Vecchio, da Ariano fin  quasi alla laguna di Venezia. Questo territorio fa oggi parte del  Polesine, la cui origine etimologica si fa risalire a <em>Policinum</em>, <em>Polesinum</em>,  riferito a giovani terre emerse dalle acque del Po o terre di più  isole, che iniziarono a configurarsi dopo i dissesti idrogeologici  avvenuti nel Medioevo, risolti in parte dalle bonifiche estensi e  veneziane.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza del porto di Adria, <em>nobilis</em> come lo definisce lo stesso Plinio <em>in Atrianorum paludes quae Septem Maria appellantur</em>,  è confermata dal numeroso materiale archeologico importato dalla Grecia  e dall’oriente in genere. Anticamente doveva essere uno dei maggiori  porti dell’Adriatico settentrionale, insieme a quelli di Spina e del  Timavo*, porti che perderanno le loro prerogative, in età romana, a  favore di Altino e Aquileia. La costa, infatti, come la definisce Livio <em>importuosa italica litora</em>,  essendo battuta dai forti venti di scirocco e di bora e soggetta ai  continui mutamenti dell’alveo del Po, non era certo la più adatta ad  ospitare porti per lunghi periodi di tempo. Tuttavia, la scelta di  luoghi per una stabile dimora, rispondeva ad un particolare piano legato  al commercio e all’economia in rapporto alle più favorevoli condizioni  ambientali: fiumi attivi e fasce dossive rilevate rappresentavano  infatti gli unici elementi sicuri in un territorio particolarmente  instabile e governato da esili equilibri naturali. E le <em>paludes</em> citate da Plinio non devono trarre in inganno, perchè si trattava in  realtà di acque correnti, tra cui il paleoalveo del Po detto Filistina e  il Tartaro-Canal Bianco che giungevano fino a Adria, alle quali  possiamo aggiungere le idrografie del Basso Veronese che la collegavano  con la Valle dell’Adige.<br />
A parte le poche testimonianze archeologiche afferenti il periodo più  antico di Adria (media età del Bronzo), possiamo distinguere più fasi  della sua formazione, che fino all’epoca romana sono simili a quelle di  Spina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fase paleoveneta. </strong>Il  più strenuo sostenitore della veneticità di Adria su basi archeologiche  fu il Ghirlandini, che vide, nelle palafitte, un uso comune a Veneti e  adriesi. Le capanne sorgevano su grossi pali verticali di rovere e  avevano un impiantito di travi e tavole, costruzioni comuni anche a  Spina e Ravenna, ma soprattutto, peculiare dei Veneti che le adotteranno  fino in età romana e le riprodurranno a Venezia. Le pareti e il tetto  erano di argilla spalmata su canne, il focolare di argilla battuta e  cotta così da formare dei tavoloni. I ritrovamenti archeologici che  riguardano questa antica fase della città non sono numerosi: si tratta  per lo più di rozze ceramiche rappresentate da vasi zonati rossoneri, o a  forma di bicchiere quasi cilindrico, oppure ancora vasi di forma ollare  o biconica. Ma non mancano oggetti di discreta fattura, come lamine di  metallo finemente incise appartenenti a situle, o bronzetti e palette  votive che accomunano le genti di Padova ed Este.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fase di influenza greca.</strong> Adria fu raggiunta dal commercio greco già nella prima metà del VI sec.  a.C. Lo testimoniano le ceramiche attiche a vernice nera** provenienti  da Atene e da Rodi, databili al 570/560 a.C. Ma nella seconda metà del V  sec.a.C., la ceramica attica diminuisce, mentre trionfa invece a Spina e  a Felsina (Bologna) con grandiosi esemplari. Adria avrebbe quindi  subito la concorrenza di Spina che la sostituì anche come centro di  rifornimento dall’entroterra. Il condizionale è d’obbligo essendo molto  controversa la priorità di nascita e di sviluppo dei due grandi centri  commerciali. Si tratterebbe, comunque, di poche decine di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  materiale greco che giungeva, in un primo tempo, abbondantemente,  testimonia un commercio che poteva essere costituito, in cambio, dai  famosi cavalli dei Veneti, dai prodotti agricoli della sua pianura la  cui fertilità è celebrata da Ecateo, ed anche dall’ambra del Baltico che  ci richiama mitologicamente alle rilucenti lacrime delle Eliadi,  sorelle di Fetonte, lungo le rive dell’Eridano (Po).<br />
All’inizio del IV sec.a.C., l’egemonia commerciale ateniese va  declinando e ad essa cerca di sostituirsi quella siceliota. Gli etruschi  sono in decadenza, Dionisio di Siracusa si allea coi Galli per  contrastarli. Alcuni studiosi ipotizzano addirittura una rinascita di  Adria operata da Filisto, generale siracusano, come testominierebbe la  fossa Filistina nei pressi della città, nome che ha lasciato nella  regione tanti suoi derivati. La pochezza dei reperti sicelioti  ritrovati, lascia però molti dubbi su questa ricolonizzazione  proveniente dalla Magna Grecia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fase etrusca.</strong> Lo storico Livio, dopo aver magnificato la potenza raggiunta dagli etruschi in terra e in mare, afferma che <em>ab Atria, Tuscorum colonia, vocavere Italicae gentes</em>. Dunque, Adria città dei “Tusci”. Plinio la chiama <em>oppidum Tuscorum</em>, Varrone e Paolo Festo fanno addirittura derivare l’atrio, un genere di ambiente creato per la prima volta ad <em>Atria</em>.  Tutte queste fonti dicono Adria città etrusca, ma non ne attribuiscono  le origini al popolo etrusco. Si suppone, quindi, che vi fosse un  insediamento etrusco accanto ai veneti, gruppo etnico fondamentale, e ai  pochi greci che occupavano il loro fondaco. Furono loro che,  probabilmente, dettero consistenza al nucleo urbano di Adria, la ressero  politicamente, vi introdussero la scrittura, l’inumazione, ne  migliorarono con opere idrauliche il terreno e fecero del suo porto, il  più settentrionale dell’Adriatico, un centro commerciale di prim’ordine.  Tuttavia, secondo altri, il materiale etrusco ed etruscoide ritrovato  rivelerebbe, anche più completamente che a Spina, l’influenza greca. I  reperti sono abbastanza consistenti numericamente, ma manca quasi del  tutto la ceramica dipinta, il che indicherebbe solamente dei contatti.   Ma nella ricca tomba di Borsea, ribadiscono i filoetruschi, si è  ritrovato un intero servizio bronzeo etrusco da attribuirsi al V  sec.a.C. L’esistenza di semplici oggetti d’uso domestico sarebbe un  importante documento, non solo del commercio, ma di una significativa  presenza etrusca in loco. A mio parere la verità, come spesso accade,  sta nel mezzo. La ricerca di uno sbocco commerciale sull’Adriatico,  sicuramente passando da Felsina, non può aver avuto come primo approdo  altri che Spina, molto più vicina di Adria, raggiunta in seguito, perchè  già operante in ambito greco, e questo spiegherebbe sia la rarità della  ceramica dipinta etrusca, sia la presenza di vasellame da cucina  appartenente al secolo successivo al ritrovamento delle più antiche  ceramiche greche.</p>
<p style="text-align: justify;">Per  quanto riguarda gli oggeti di bronzo, il materiale rinvenuto è piuttosto  cospicuo: figurine, resti di specchi, candelabri, vasi e utensili vari.  Gli antichi studiosi di Adria ne ricordano “gran quantità”, “cumuli”,  ecc. e raccontano che, oltre a varie altre personalità, ne furono  venduti molti ai Grimani, i Patriarchi di Aquileia del 1500 che li  portarono a Venezia nelle loro collezioni. Dalla fine del VI sec.a.C.  fino al IV, Adria ci risulta, nel suo complesso, un fiorente centro  culturale greco-etrusco in sinergia con la popolazione veneta.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/Adria21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1980" title="ceramiche-vetro-adria-spini" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/Adria21.jpg" alt="" width="398" height="252" /></a><em>Museo archeologico di Adria, vasi in pasta vitrea.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fase di influenza gallica. </strong>I  Galli, a giudicare dalla documentazione archeologica, giunsero a Adria  verso la metà del IV sec.a.C. Furono probabilmente i Boi, i  conquistatori di Felsina, anche se alcuni studiosi propendono per i  Cenomani, che abitavano ai confini dei Veneti verso occidente, subito  oltre Verona.</p>
<p style="text-align: justify;">La  presenza celtica è testimoniata dalle necropoli le cui tombe si trovano  ad una profondità variabile tra mt. 1,50 e mt. 2,50, immerse nel tivaro,  un’argilla compatta, untuosa, dovuta alle alluvioni del Po. Sono in  netta prevalenza a inumazione, ma non manca l’uso della cremazione. Non  c’è traccia di cassa lignea, probabilmente i corpi venivano deposti  avvolti in lenzuoli. I resti scheletrici sono mal conservati, ma è quasi  costante la disposizione nordovest sudest, come a Spina. Si tratta in  genere di tombe con abbondante corredo che comprende una ventina di  pezzi, ma alcune arrivano a 70-80. All’abbondanza del materiale non  corrisponde, purtroppo, la ricchezza; i pezzi di pregio dal punto di  vista artistico sono infatti pochi. I vasi fittili, che costituiscono la  quasi totalità del corredo, sono per lo più modesti prodotti locali  fatti di argilla molto friabile che mal si presta ad essere verniciata.  La pittura, stesa a grosse pennellate nere, spesso troppo diluita, dà  vita a grandi teste di donna di profilo fra motivi vegetali, più o meno  stilizzati. Tipici prodotti celtici, se pur ritrovati in rari esemplari,  sono i <em>torques </em>o anelli serpeggianti, le fibule a disco, i  braccialetti di vetro. Importante il ritrovamento, tra le tombe di  inumati del Canal Bianco, di un carro sepolto con i due cavalli da tiro e  un terzo più piccolo e snello posto all’altezza del carro. L’uso di  seppellire i cavalli, evidentemente offerti in sacrificio alla morte dei  loro padroni, collegato a un significato mitologico o sacro che  l’animale ebbe presso molti popoli, si ritrova non di rado. Non  conosciamo purtroppo a chi sia appartenuta la singolare deposizione, ma  rimane un significativo documento di un’usanza delle genti celtiche, da  queste probabilmente importata in Italia.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/smppolesine.it_.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1988" title="biga-sepoltura-cavalli" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/smppolesine.it_.jpg" alt="" width="402" height="301" /></a><em>foto tratta da smppolesine.it.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La fase romana. </strong>Abbiamo  visto come Adria, in epoca etrusca, decada prima di Spina, ma a  differenza della rivale commerciale, continuerà la sua “vita” con  l’occupazione romana che investe, nel II sec.a.C., tutto il territorio  Cisalpino. Il documento che lo attesta è un miliario in cui si legge che  fu posto dal console <em>Publius Popillius Lemas</em> per indicare l’arrivo in città della via da lui detta <em>Popillia</em> e la distanza dal luogo di partenza: 81 miglia -120 km- da Rimini. In  questo modo, attraverso la via Flaminia, Adria risultava congiunta con  Roma, e pochi anni dopo, nel 128 a.C., <em>Titus Annius Rufus</em> vi farà partire la via <em>Annia</em> che la collegherà con Padova e, attraverso Altino, raggiungerà  Aquileia, avamposto contro i barbari a difesa del confine orientale. Ma è  fra tutte particolarmente evidente un’altra grande strada romana,  convenzionalmente chiamata “via di Villadose”, che passa per le  immediate vicinanze del centro polesano. Questo rettifilo, che da Buso  (RO) arriva a Monsole (VE), incrociandosi con l’Annia e innestandosi  nella Popillia, è ben visibile per certi tratti anche in superficie.  Esso rappresenta il decumano massimo della centuriazione a nord del Po,  concepita con l’intento di bonificare il suolo e controllare il sistema  idrico dell’area. Non senza tener conto, aggiungerei, di una precedente  parziale centuriazione effettuata in epoca etrusca.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo inoltre che Adria fu <em>municipium</em>, da due iscrizioni ivi ritrovate che presentano le lettere M.A., abbreviazione di M(<em>unicipium</em>) A(<em>triae</em>) e che i suoi cittadini erano iscritti alla tribù <em>Camilia</em>. Un’iscrizione funeraria testimonia che esisteva un <em>collegium nautarum</em>, corporazione di gente di mare, nella quale viene ricordato <em>Q. Titius Severus</em> che fece il sepolcro al padre <em>Sertorianus</em> e lasciò quattrocento sesterzi per l’acquisto di rose e di cibi da collocare ogni anno sulla tomba, affidandoli, appunto, al <em>collegium nautarum</em> di Adria. Dell’abitato non si ha notizia, probabilmente rimane sotto  l’odierna città, dove sporadicamente sono stati ritrovati tratti di  mosaici a tessere bianche e nere con decorazioni geometriche, risalenti  al I-II secolo. Rimane la memoria di un teatro, noto da un rilievo fatto  nel 1662 e riprodotto da Ottavio Bocchi che evidenzia delle esili mura  radiali, indicative di probabili gradinate in legno come, si suppone,  dovesse essere costituita quasi tutta la città romana. Nelle pochissime  iscrizioni sacre è testimoniato il culto di Giove Dolicheno e quello  dedicato al Genio Sociale, la divinità protettrice di Adria.</p>
<p style="text-align: justify;">Poche  le stele ritrovate, ma la vera ricchezza della città lagunare sono i  vetri, per lo più del I secolo, usciti intatti dalle tombe a cremazione,  che documentano l’esistenza di fabbriche di ottimo livello artistico.  Di buona fattura anche la produzione bronzistica, di secolare  tradizione, numerosa anche in epoca romana. Quasi tutto il materiale non  supera il I sec.d.C., mentre le monete arrivano fino al IV, ma già nel  II la città doveva essere in piena decadenza. Il traffico fluviale viene  assorbito da Ravenna, divenuta con Augusto sede della flotta imperiale.  Gli antichi itinerari, secondo la Tabula Peutingeriana (una carta  geografica di metà IV secolo con itinerari illustrati), ignoreranno  Adria e il suo porto cesserà completamente la sua funzione. É  interessante notare, ad ogni modo, la sopravvivenza della denominazione  VII Maria (i Sette Mari) attribuita da Plinio alle antiche lagune  adrianesi. Si tratterebbe, secondo le ultime ricerche archeologiche, di  una delle <em>mansiones</em>, stazioni di posta romane situate lungo la via Popillia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Il  porto alle foci del Timavo è ricordato da Strabone che vi colloca anche  un santuario dedicato a Diomede. La zona della foce è inoltre connessa,  nell’Eneide di Virgilio, con la saga degli Argonauti. Anche Livio  ricorda il </em><em>lacus Timavi presso il quale pone l’accampamento il console </em><em>Manlio  Vulsone quando muove da Aquileia contro l’Istria. Infine, a conferma  del culto del dio fiume in età romana, fu trovata a metà degli anni  sessanta ad Aquileia, una piccola ara votiva dedicata al Timavo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**Sul  fondo rosso della terracotta si coprono interamente le sagome di  vernice nera, mentre i particolari sono disegnati per incisione. Al  contrario, nella tecnica a vernice rossa, che si affermerà  successivamente, si dipingono il fondo e i contorni delle sagome con  vernice nera, sottolineando i particolari interni con esili pennelli. È,  quest’ultima, la tecnica più apprezzata e di maggior resa plastica e  figurativa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/spina-zona-archeologica.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1984" title="spina-zona-archeologica" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/spina-zona-archeologica.jpg" alt="" width="427" height="342" /></a><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spina pre-etrusca.</strong> Dopo la scoperta, avvenuta novant’anni fa (aprile 1922) per lavori di  bonifica, della necropoli di Valle Trebba, a cui seguì nel 1954 quella  di Valle Pega, situate a 6 km da Comacchio, gli apporti archeologici e  topografici si unirono alle antiche fonti letterarie, acquisendo una  quantità eccezionale di precisazioni e conferme trasmesse dagli eruditi  greci e romani, basi di partenza per la ricostruzione storica collegata  ad eventi generali dell’Italia preromana. Va detto che il problema delle  origini del centro alla foce del Po rimane pur sempre affidato alle  sole e semileggendarie indicazioni contenute nei testi dei vecchi  autori. Dionigi di Alicarnasso la chiamò “Pelasga” e racconta che  Diomede, una volta arrivato alle foci del Po dopo esser partito da  Troia, andò a fondare Adria lasciando un gruppo di compagni di viaggio a  Spina: “<em>&#8230;e costruirono mura per proteggere le merci che avevano e  le cose necessarie per vivere. Una parte di loro tornò in Grecia, mentre  gli altri costruirono una città su un’isola a forma di nave che  chiamarono Spina, cioè nave.</em>”; di origine “tessalica” si legge in  Diodoro Siculo; “Diomedea” la dice invece Plinio il Vecchio, concordando  con Dionigi di Alicarnasso. Come si vede, Spina fu inserita nelle  nebulose vicende della protostoria mediterranea, quali la diaspora degli  Etrusco-Pelasgi e la presunta navigazione dei paleogreci. Altre fonti,  alle quali si aggiungono alcuni ritrovamenti archeologici, sottolineano  l’ambiente “umbro” collegato con Spina, autorizzando a sospettare un  nucleo indigeno di tal genere. Alla luce delle attuali conoscenze  possiamo affermare con (sempre e doverosa) relativa sicurezza che le  origini della città, situata in base a rilievi aerofotografici nell’area  antistante le necropoli di Valle Trebba e Valle Pega, non si discostano  da quelle di Adria: un primitivo nucleo di paleoveneti a cui fece  seguito un insediamento etrusco con funzione di emporio commerciale  strategico. La posizione si prestava, infatti, sia all’importante  scambio con il mondo greco, da poco approdato nell’alto Adriatico, sia  coi popoli del nord, celti e illirici. Qui convergevano la via  dell’ambra, quella del sale*, quella dei metalli (cfr. “Firenze Etrusca”  pg.13) ed ovviamente quella culturale e artistica proveniente  dall’Ellade. Qui gli etruschi applicarono le risorse della loro scienza  idraulica per mantenere efficiente il contatto di Spina con il mare e  con l’entroterra padano, anche in funzione transappenninica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il periodo greco-etrusco.</strong> Correggendo la veduta prospettica del nazionalismo ellenico ed  escludendo una colonia greca vera e propria alle foci del Po,  l’interpretazione storica ci indica due manifestazioni di potenza per  cui Spina era stata famosa: la “talassocrazia” (dominio dei mari) e la  costruzione di un Tesoro spinetico a Delfi (sede dell’Oracolo di  Apollo), formato con le decime dei guadagni commerciali. Scrive infatti  Strabone: “<em>A Delfi si mostra il tesoro degli Spineti, e molte cose si  raccontano su ciò che fu il loro potere per mare (&#8230;) all’interno dei  tesori ci sono offerte derivate dai proventi delle scorrerie che  riportano delle iscrizioni, fra cui il nome dei dedicanti -Gli Spineti  che abitano presso l’Adriatico-</em>.” Fu, quest’ultimo, un  riconoscimento con cui le comunità greche legate al santuario della  Focide, ricambiarono la preziosa funzione del centro etrusco dove  risiedeva, sicuramente con particolari privilegi, un cospicuo nucleo di  commercianti greci. Ne abbiamo conferma inconfutabile dai nomi attici  graffiti sulle ceramiche dei corredi sepolcrali, numerosissimi, per cui  si può affermare che l’aspetto culturale più importante di Spina è  quello greco. Le tombe ritrovate nelle due valli deltizie sono più di  5mila, una situazione particolare ed unica in tutta l’Etruria, non tanto  per la quantità del materiale rinvenuto, quanto perchè tutti i corredi  sepolcrali spinetici furono raccolti in un unico museo, quello di  Ferrara, collocazione che permise lo studio dei reperti nel loro insieme  con immediati termini di confronto. L’esame delle ceramiche, in  particolare, ci ha permesso di datare, almeno fino ad ora, il più antico  contatto con l’arte greca tra il 530 e il 525 a.C. Ciò non significa  che Spina non fosse stata raggiunta prima dall’irradiamento etrusco  verso il norditalia e questo è ancor oggi motivo di discussione tra gli  accademici che si dividono tra la vetustà spinetica e quella adriese. Io  credo che la città veneta sia semplicemente stata “scoperta” prima dal  mondo greco, come ci attesta il nome del Mare Adriatico, ma che  l’importanza di Spina, a parte la sua origine più o meno concomitante,  sia di gran lunga superiore. E che la città fosse indubbiamente un  insediamento etrusco lo dimostra il ritrovamento di una pietra di  confine del IV-III sec.a.C., sulla quale è inciso in etrusco “<em>mi tular</em>”,  io sono il confine. É da rilevare, inoltre, che le iscrizioni greche di  Spina non contengono nomi di persona femminili, il che fa pensare che i  greci rimanessero per poco tempo a Spina e quindi il ricambio fosse  frequente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/Museo_di_Spina_sala_3_Ferrara_-_Pittore_di_Pentesilea_-_Zeus_e_Ganimede.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1989" title="zeus-e-ganimede" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/Museo_di_Spina_sala_3_Ferrara_-_Pittore_di_Pentesilea_-_Zeus_e_Ganimede.jpg" alt="" width="339" height="253" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La  disposizione delle tombe segue il cordone di paleodune prospiciente  l’antica linea di costa, con orientamento nordovest – sudest. Si tratta  in maggioranza di inumazioni di un unico defunto, raramente due, con la  testa rivolta a nordovest, ma sono presenti anche molte incinerazioni.  La disposizione del corredo funerario è variabile: a volte è in parte o  completamente sia all’interno che all’esterno del cinerario, a volte è  contenuto insieme all’urna all’interno di una cassa di legno. I corredi  riguardano vasellame di uso comune, utensili da cucina, candelabri,  sgabelli, balsamari e unguentari; frequenti sono pure gli oggetti  scaramantici o destinati ad aiutare il morto nell’Aldilà, come astragali  in funzione di dadi, l’<em>aes rude</em> destinato a Caronte per il  traghetto dell’anima, protomi femminili rappresentanti divinità. Quasi  del tutto assenti le armi di qualsiasi tipo, a conferma del carattere  esclusivamente commerciale di Spina.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la  ceramica, sono certamente i bronzi quelli che meritano la maggiore  considerazione. Non bisogna dimenticare che si tratta, come per Adria,  di prodotti etruschi essenzialmente decorativi: cimase di candelabri,  tripodi, anse di grandi vasi decorate con figure che tentano, con  risultati mediocri, di imitare la perfezione armoniosa delle forme  greche.<br />
Un discorso a parte meritano invece i prodotti di oreficeria. Orecchini,  in primis, ma anche diademi aurei decorati da protomi sileniche  alternate con rosette oppure teste di Gorgone con alette. Il tutto  corredato con la tipica tecnica di granulazione, vanto indiscusso  dell’artigianato etrusco, patrimonio già fiorente in età arcaica (dal  VII sec.a.C. in poi). E ancora oggetti d’argento, se pur rari, e  gioielli d’ambra di singolare raffinatezza.<br />
La scoperta di una situla di tipo villanoviano, di situle di tipo  atestino e di alcuni frammenti di cinturoni decorati e di altri bronzi  decorativi con anelli e catene che ci ricordano oggetti di corredi  piceni, attestano, in origine, lo sviluppo di una civiltà costiera con  proprie caratteristiche, genti indubbiamente non raffinate, più  facilmente disposte a ricevere e a diffondere i prodotti dell’arte greca  che ad elaborarli, ma che con l’arrivo degli etruschi, soprattutto  dalla seconda metà del V secolo in poi, riusciranno a generare prodotti  (ceramici ovviamente) di indubbia valenza artistica. Senza eguagliare  mai, però, la grandiosità dei vasi decorati da insigni ceramisti greci,  di cui neppure nella madre patria restano testimonianze tanto importanti  e numerose, a conferma che gran parte dell’industria artistica era  destinata all’esportazione e che anzi i prodotti migliori erano stati  creati per quello scopo. Spina diventa così il più importante centro  della grecità periferica dell’epoca classica, accanto alla Magna Grecia e  alla Sicilia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/spina-carta-antica-foce-po1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1986" title="spina-carta-antica-foce-po" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/spina-carta-antica-foce-po1-794x1024.jpg" alt="" width="396" height="508" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’emporio  spinetico, dopo esser diventato il principale porto dell’Adriatico,  decadde definitivamente a causa del progressivo interramento dovuto ai  depositi fluviali (lo Pseudo Scilace nel IV sec.a.C. la colloca a 20  stadi -3,5 km- dalla costa, mentre Strabone nel I d.C. a 90 stadi -15  km-) e all’occupazione gallica del III sec.a.C., come ci riferisce  Dionigi di Alicarnasso. “Mentre si attua il processo di romanizzazione  della Cispadania, negli ultimi due secoli della Repubblica -scrive A. M.  Visser- il delta rimane appartato. La centuriazione si ferma sull’orlo  delle boscaglie e delle paludi, che si perdono nella bassa pianura  invasa dai rami deltizi del Po, rifugio e retaggio delle ultime e rade  popolazioni celtiche, rimaste pressochè indisturbate fino alle soglie  dell’Impero. Poteva capitare d’imbattersi, come narrano gli scrittori,  in genti che parlavano incomprensibili dialetti gallici ancora nell’età  di Cesare e di Augusto.”</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo  la testimonianza di Strabone, che sembra risalire ad una fonte degli  inizi del I sec.a.C., Spina è ridotta all’epoca ad un languente  villaggio, mentre viene definitivamente menzionata nell’elenco delle  città scomparse da Plinio il Vecchio. Rimane solo una leggenda che fino  allla fine dell’800 si raccontava dalle parti di Comacchio: “Migliaia di  anni fa esisteva la bellissima, ricchissima e pacifica città etrusca di  Spina. La sua potenza e la sua fama erano note a tutti i luoghi allora  conosciuti. Merito di tanta prosperità era del Ragno d’Oro, talismano  magico e potentissimo posto sulla porta d’ingresso della città che aveva  il compito di proteggere. Ma la ricchezza e la bellezza di Spina erano  tali, che scatenarono perfino l’invidia del Mare, il quale cercò più  volte di invaderla, la potente magia del Ragno d’Oro, però, riuscì  sempre a respingerlo. Ma il Mare non si arrese e, dopo giorni di  furibonde tempeste, riuscì ad aprire una breccia nella ragnatela che il  Ragno aveva messo a protezione della città, e la invase. Spina, con  tutti i suoi abitanti e il Ragno d’Oro sprofondarono nella palude. Ed è  lì, che secondo la leggenda, Spina continua a vivere.”<br />
Per più di duemila anni la sua esatta ubicazione rimarrà un mistero irrisolto, finchè un giorno di primavera del 1922&#8230;</p>
<p><em>*Nel  santuario extraurbano della Cavallara, l’unico finora noto, vi si  venerava, oltre al probabile Tinia (Giove romano), l’Hercle etrusco,  patrono delle bonifiche e legato alla produzione del sale.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giovanni Spini</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: center;"><em><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/panoramio.com_.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1990" title="panoramio.com" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/10/panoramio.com_.jpg" alt="" width="376" height="282" /></a>Museo archeologico di SPina, foto tratta da panoramio.com<br />
</em></p>
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		<title>Gli Etruschi di Castellina in Chianti</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Sep 2012 18:25:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Territorio montuoso, selvaggio ma non incolto, punteggiato da pievi e oratori spesso occultati alla vista, come rarità nascoste, da maestosi alberi silenti, dove sotto le fredde navate, tra affreschi che affiorano e capitelli romanici si conservano gelose memorie e misteri. Nei borghi, un tempo etruschi e romani, poi castelli delle famiglie feudatarie di origine longobarda, ci accompagnano le facciate scure e stemmate dei loro palazzi, dove tra viuzze ed archi sembra di perdersi nel passato per non uscirne mai più.
Furono gli Uomini di Rinaldone, seguiti dai Celto-Liguri a stanziarsi per primi nelle terre chiantigiane, come testimonierebbero i reperti eneolitici ritrovati nel comune di Tavarnelle Val di Pesa e a Casanova di San Fedele nel comune di Radda in Chianti. Ma furono gli Etruschi i primi a colonizzare storicamente questa regione tra Firenze e Siena, apportando il loro bagaglio di cultura e civiltà.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Territorio montuoso, selvaggio ma non incolto, punteggiato da pievi e oratori spesso occultati alla vista, come rarità nascoste, da maestosi alberi silenti, dove sotto le fredde navate, tra affreschi che affiorano e capitelli romanici si conservano gelose memorie e misteri.  Nei borghi, un tempo etruschi e romani, poi castelli delle famiglie feudatarie di origine longobarda, ci accompagnano le facciate scure e stemmate dei loro palazzi, dove tra viuzze ed archi sembra di perdersi nel passato per  non uscirne mai più.<br />
Furono gli Uomini di Rinaldone, seguiti dai Celto-Liguri a stanziarsi per primi nelle terre chiantigiane, come testimonierebbero i reperti eneolitici ritrovati nel comune di Tavarnelle Val di Pesa e a Casanova di San Fedele nel comune di Radda in Chianti. Ma furono gli Etruschi i primi a colonizzare storicamente questa regione tra Firenze e Siena, apportando il loro bagaglio di cultura e civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Le diverse testimonianze archeologiche  e toponomastiche,  attestano in questo spazio di territorio chiantigiano la diffusione di insediamenti risalenti al primo millennio a.C.: sono il tumulo artificiale di Montecalvario, le tombe populoniensi del Poggino presso Fonterutoli o le tombe di Gaggiola di Quercegrossa, come pure i reperti di Rèncine e Busona che insieme ai numerosi ritrovamenti etrusco-romani ci spingono a visitare questi luoghi.<br />
La posizione geografica di Castellina in Chianti è particolarmente interessante; le vie naturali segnate dal corso della Pesa e della Greve la collegano col Valdarno Fiorentino e un antico itinerario etrusco passante per Monteriggioni la metteva in comunicazione con Volterra, della quale sembra fosse una città satellite, un fulcro inserito nel cuore dell’Etruria, come dimostrano i numerosi reperti archeologici di tipologia volterrana rinvenuti nella zona. Nelle sue immediate vicinanze sorgeva infatti Salingolpe, città etrusca, poi colonia romana che, secondo G. Righi Parenti, era l’antica Biturhia delle Tavole Peuntingeriane, distrutta nel VI secolo durante l’invasione longobarda.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1954" title="tumulo-argenna" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-1.jpg" alt="" width="411" height="274" /></a><em>fig. 1</p>
<p></em></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio sopra il casolare colonico dello Spadaio, sulla strada che da San Donato in Poggio porta a Castellina, tra ondulati saliscendi ora nel bosco, ora tra campi e colli a coltura promiscua,  esiste una collina (fig. 1) molto interessante e tutta da valutare che chiameremo “la collina del Tumulo dell’Argenna”  (sopra la diruta chiesa di San Silvestro, sull’antica Strada Maremmana,); giunti nel luogo, la prima cosa che viene in mente è che all’interno si possa nascondere una tomba etrusca, ma considerando attentamente la tipologia del terreno, nonché la vastità del panorama visibile dalla sommità, ci sembra più probabile l’attribuzione del sito ad un luogo sacro, dove poteva esser ubicato un tempio cultuale.<br />
Continuando ancora verso la Castellina, prima di arrivare a Casa Vico, si gira a sinistra per un viottolino che ascende  alla Macia Morta. Sulle pendici della collina si trovavano ancora resti in superfice di mattonato e frammenti fittili (1971), e dei filari di pietrame a secco (1985). Questa zona alta della Castellina apparteneva alla città di Salingolpe, dove a Casa al Vento aveva nel recinto murario visibile, ossia l’acropoli, la sua area sacra e dove lo svuotamento di un pozzo profondo quasi 30 metri, consentì di recuperare una stele in pietra serena, nonché un frammento  di base di colonna marmorea, che attesterebbe l’esistenza di un tempio. Nella zona fu trovata anche la testina in pietra di Apollino, visibile nel locale Museo Archeologico del Chianti Senese (a Castellina).</p>
<p style="text-align: justify;">Salingolpe: il nome della cittadina etrusca (ma che nessuno storico antico menziona come tale), è presente negli scritti settecenteschi di Filippo Buonarroti e nel secolo successivo in quelli di Luigi Biadi, forse originariamente dovuto a qualche voce locale riportata dalla tradizione.<br />
Pervasa dai penetranti aromi del Chianti, in posizione dominante sopra un colle fra le valli dell’Arbia, Elsa e Pesa, sorge Castellina in Chianti. Feudo dei nobili di Trebbio passò poi sotto Firenze, che nel 1400 la cinse di mura, di cui rimangono resti notevoli sul lato orientale, dove troviamo la Via delle Volte, caratteristica strada coperta costruita sotto il livello stradale del paese e addossata alle antiche mura.<br />
Castellina in Chianti, fortezza etrusca a cavallo della strada che portava a Fiesole, è famosa per il suo monumento principale: il Tumulo di Montecalvario, grande costruzione coperta da una collinetta di terra circondata da pini, con quattro tombe disposte a croce orientate secondo i punti cardinali e costruite in blocchi di pietra alberese rozzamente squadrati.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="../wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-21.jpg"><img title="leonardo-da-vinci-castellina-chianti" src="../wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-21.jpg" alt="" width="347" height="266" /></a><em><br />
fig. 2</em></p>
<p style="text-align: justify;">I quattro ipogei perfettamente allineati astronomicamente, permettono ai raggi del sole al tramonto degli equinozi di primavera e d’autunno, di penetrare all’interno della tomba Ovest diffondendo una luce dorata molto suggestiva.<br />
Il tumulo di Montecalvario è uno dei principale esempi di tombe etrusche a corridoio con cellette laterali. Le camere sono con pseudovolta a filari aggettanti congiunti in alto da un lastrone di copertura come appunto la sagoma ogivale delle tombe megalitiche a dromos che si trovano in Spagna, alle Baleari e Malta. Questi quattro ipogei della collina di Montecalvario vengono fatti risalire, per convenzione accademica, alla fine del VII a.C., al periodo orientalizzante dei Principi Etruschi.<br />
Analizzando le vicende che riguardano il ritrovamento del tumulo, scopriamo un lungo susseguirsi di eventi che hanno inizio nel ‘500, quando Castellina in Chianti era uno dei castelli fiorentini al confine con Siena.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio nel tumulo di Montecalvario si è voluto riconoscere la fonte ispiratrice di un disegno attribuito a Leonardo da Vinci (fig. 2) dove è riprodotto un progetto per la costruzione di un grandioso mausoleo. Che una tomba etrusca sia stata scoperta nel 1507 a Castellina è un dato documentato all’inizio del XVIII secolo da Filippo Buonarroti della famiglia del grande Michelangelo, meno certa, tuttavia, è l’attribuzione di quel ritrovamento al tumulo di Montecalvario: forse potrebbe invece essere la descrizione di una delle  tombe della necropoli del Poggino a Fonterutoli.<br />
Montecalvario è embrionalmente la capanna circolare degli etruschi che nasconde nel suo interno, non sotto uno strame di paglia ma sotto un cumulo di terra, le comode dimore dei morti, distribuite e arredate come l’abitazione dei vivi. Dalla cella di una delle camere proviene una schiacciata testa leonina in pietra serena, con le fauci spalancate e la lingua pendente che sembra fosse originariamente inserita a metà altezza presso uno stipite della porta d’ingresso della tomba, con funzioni di spaventare gli eventuali profanatori sia di tenere lontani gli spiriti del male dalla casa dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">A Castellina fu trovato un bassorilievo bronzeo di “assunto narrativo”, che insieme alle tombe a camera ci mostra uno scenario dalla duplice influenza di Volterra e di Chiusi sulla Castellina, quasi un processo di concorrenza o forse di collaborazione fra le due lucumonie (M.Grant, Le Città e i metalli, 1980, pag.266).<br />
Sulla strada che dalla Madonna di Pietracupa va verso la Chiantigiana, troviamo Sicelle. Si può dire che il toponimo Sicelle sia derivato dal personale etrusco <em>Secnes</em> che latinizzato in Secina, ebbe poi come diminutivo Secinulae da cui l’attuale Sicelle. Secondo altri il nome deriverebbe da <em>sigillum</em>, perché il luogo avrebbe rappresentato una sorta di confine dove si metteva un sigillo per il  transito delle merci, una specie di lasciapassare.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull’altura di Monte Castelli di Sicelle, a quota 466 mt. s.l.m., che fa da contrafforte al gruppo della Castellina, furono recuperati (1974) materiali ceramici riconducibili al periodo ellenistico e frammenti di terracotta aretina del I secolo a.C., che confermerebbero l’attribuzione  del luogo ad uno stanziamento etrusco-romano sulla direttrice Castellina-Fiesole. Più recentemente nel 1996 il gruppo delle Guardie Ecologiche di Greve ha ritrovato un proiettile da fionda in piombo, chiamato in gergo <em>ghianda missile.</em><br />
Da non trascurare che proprio sotto la cittadina della Castellina, verso levante, si trova la Necropoli delle Sorgenti dell’Arbia: una serie di tombe franate e saccheggiate nel passato, con stretti corridoi d’accesso scoperti (fig. 3).</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1953" title="FOTO CASTELLINA 3" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/FOTO-CASTELLINA-3.jpg" alt="" width="261" height="385" /></a><em>fig. 3</p>
<p></em></p>
<p style="text-align: justify;">A quattro chilometri a sud di Castellina, vicino a Fonterutoli, nella località il Poggino, in una collina adibita esclusivamente a necropoli, furono ritrovate cinque tombe a camera edificate con pietra  alberese e travertino (importato da altro territorio), risalenti al periodo orientalizzante-arcaico (VII-VI sec. a.C.). La tomba n° 1 ha restituito reperti fittili di ceramica greca a figure nere, mentre la più monumentale (la n° 3), con corridoio d’accesso, grande vestibolo e successiva camera rettangolare (mt. 3 x 2.70) con pilastro centrale,  i resti di un’urna cineraria con tracce delle ceneri del morto e placchette intagliate d’avorio di una cassapanca o di un carro da parata. Considerando che la tipologia delle tombe ricorda fortemente quelle delle necropoli di Populonia, si può ipotizzare che la zona sia stata abitata da coloni provenineti da tale città; forse un gruppo di agricoltori al seguito di una ricca famiglia di principi etruschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Rèncine, sempre a sud di Castellina, provengono reperti riferibili al periodo orientalizzante, mentre a Busona furono rinvenute tre tombe a pozzetto tardo-villanoviane, con olle d’impasto databili all’inizio del VII sec. a.C. A pochi metri dalle tombe si trova un esempio di Santuario in Necropoli, formato da una piattaforma di lastroni di alberese su cui giacevano ossa di animali e frammenti di vasellame tardo-geometrico e di impasto grezzo.<br />
Altro luogo interessante è quello di Gaggiola di Quercegrossa (quasi alle porte di Siena), dove nel 1977 vennero rinvenuti i resti di un insediamento di età tardo-etrusca con relativa necropoli, segnalato dalla presenza di frammenti ceramici di impasto e a vernice nera, e lungo il torrente Bozzone interessanti tracce di argini per la canalizzazione delle acque. Infatti, notevole era l’esperienza che gli Etruschi possedevano nel campo delle tecniche idrauliche destinate all’agricoltura o all’approvvigionamento idrico. Del resto i lavori di canalizzazione della Valle Padana, per liberare la regione dall’invasione delle acque, fu opera etrusca (A. Solari, Vita pubblica e privata degli Etruschi, Firenze 1931, p. 58).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giovanni Spini<br />
Enio Pecchioni</em></p>
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		<title>The Adventist Community in Florence</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Sep 2012 13:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In a widening of Via Guelfa at the corner of Via San Gallo lies the temple of the Florentine Adventists, a structure founded around the year 1000 A.D. by ascetic Grecian-Armenian Basilianis, whose church was dedicated to San Basilio, their foundar and saint of Cesarea (Cappadocia, IV century A.D.). These above-mentioned ascetic monks (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Adventist, Baptist, Evangelical of the Brethen, Metodist and Valdensian church in Florence”,</em></p>
<p>n. I</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">In a widening of Via Guelfa at the corner of Via San Gallo lies the temple of the Florentine Adventists, a structure founded around the year 1000 A.D. by ascetic Grecian-Armenian Basilianis, whose church was dedicated to San Basilio, their foundar and saint of Cesarea (Cappadocia, IV century A.D.). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">These above-mentioned ascetic monks were called “Ermini” in Florence because they celebrated religious functions in Armenian, which in turn led to their saying, “Recite the sol-fa of  the Armenians”, pertaining to those who were incomprehensible and spoke with difficulty.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">The temple was abandoned by the Basilianis in the 1400’s and became a meeting place for the faith of the Priests of the Holy Spirit and of the followers who gravitated around the Canto alle Macine (a name derived from an old mill which was once situated there and activated by the waters of the Mugnone, which at one point in time ran parallel to Via San Gallo). During the Napoleonic era, the convent was suppressed, the church deconsecrated, and the entire edifice was turned into a military dwelling.</span></p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/450px-Chiesa_Avventista.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1935" title="chiesa-avventista-firenze" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/450px-Chiesa_Avventista.jpg" alt="" width="266" height="355" /></a><em>(foto di Sailko, CC3.0)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><br />
After other vicissitudes, the temple was reopened to the faith in 1882, but as an Evangelist church of the Episcopal Methodist. For this reason, in 1982, the State celebrated the church’s 100</span><sup><span style="font-size: small;">th</span></sup><span style="font-size: small;"> anniversary of Evangelical activity with the presence of the Florentine authorities.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">The Adventists came to Florence from Rome in 1911 and the year after baptized the first Florentine followers. On a national level, however, the first Adventist community began in 1876 at Torre Pellice a province of Turin in Waldensian territory and, shortly after, the first church was erected a Montaldo Bormida in the province of Alessandria. Since 1920, the Florentines gathered for their sabbatical faith in a spot of Borgo SS. Apostoli. A few months after the beginning of World War II, they acquired and were transferred into a temple on Via Guelfa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">The church is very simple, of rectangle form, with internal and external characteristics of the 1800’s, with a recently added “gallery” on top of the interior entrance, the furnishings are very sombre. For example, the benches are of dark shiny wood and, as in other Evangelical churches, no sacred symbols appear on the internal walls: only a cross carved into the main wooden altar. On the external side that runs along Via San Gallo, there is a round terracotta of Della Robbia representing a white dove with spread wings, the only permanent reminder of the congregation of the Priests of the Holy Spirit.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/Millerite_1843_chart1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1937" title="Millerite" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/09/Millerite_1843_chart1.jpg" alt="" width="344" height="445" /></a><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Looking at the Adventists history more closely, one must refer back to the doctrinal predictions of the return of Christ (“adventus” in Latin) and the millennarian government of perfect justice.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">The belief rose again sporadically in the 18</span><sup><span style="font-size: small;">th</span></sup><span style="font-size: small;"> and 19</span><sup><span style="font-size: small;">th</span></sup><span style="font-size: small;"> centuries in different European countries, but was affirmed above all else in the U.S. with the preachings of William Miller (1782-1849). By studying the Bible profusely and basing himself on a verse in the book of Daniel, he predicted the return of Christ for the year 1844, a date which was delayed in successive stages by his followers. At this point, the faith no longer waits for a specific day, but believes in following the evangelical doctrine and waiting for the return of Christ which will happen sometime in the future.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">The official religious name is the Seventh Day Christian Adventist Church because the doctrine reevaluates Saturday (the seventh day in biblical terms) as the day devote to God.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Their reunions of prayer actually start, however, with te setting of the sun on Friday evenings because they believe, according to sacred scriptures, that the days start with the setting of the sun, rather than midnight.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Other than the Bible, the Adventists give much importance to the books of Ellen Gould White, one of the founders of the movement. Her writings condemned the use of any sort of weapon and the use of alcohol, and require that one keeps within possible limits of a vegetarian diet. In fact, a famous Adventist was John Kellogg, the inventor of peanut butter and corn flakes.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">On the six million Adventist in the world, six thousand adults have been baptized in Italy. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">They are present in various other countries with extremely efficient social, sanitary and scholastic organizations. They publish books and newspapers, posses radio and television stations, believe in the principle of the separeation of church and state, and ask for nothing in regards to their faith in that they are completely gesticulated by their own voluntary contributions.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Adventist activity found in the Florentine community (in 1992 approximately 300 baptized followers) is demonstrated by various initiatives, some of which are:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: small;">the 	Scool of Technology, opened in 1940, and located in Villa Aurora in 	Via del Pergolino since 1947;</span></li>
<li>“<span style="font-size: small;">L’Araldo 	della Verità”, the publishing house which was founded in 1920 	with the precise purpose of publishing books with religious and 	health topics. It is actually situated at the Falciani, which serves 	all editorial and publishing needs fo all the Italian adventist 	communities.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Enio Pecchioni</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Come si svolgevano le olimpiadi antiche</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 10:14:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le Olimpiadi nell'antichità, di Giovanni Spini (seconda parte).
Apriva i giochi la spettacolare corsa delle quadrighe, mentre per ultima veniva disputata l’oplitodromia (corsa con l’armatura oplitica). A partire dal 396 a.C., le gare atletiche furono precedute da competizioni fra trombettieri ed araldi (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Olimpiadi nell&#8217;antichità: tra archeologia e storia.</strong></p>
<p><em>di Giovanni Spini</em></p>
<p><em><strong>seconda parte<br />
<span style="color: #808080;">[leggi <a href="http://www.e-archeos.com/articoli/le-origini-delle-olimpiadi.html">prima parte</a>]</span></strong></em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Apriva i giochi la spettacolare corsa delle quadrighe, mentre per ultima veniva disputata l’oplitodromia (corsa con l’armatura oplitica). A partire dal 396 a.C., le gare atletiche furono precedute da competizioni fra trombettieri ed araldi; il criterio per giudicare i vincitori era la sola potenza della voce. Incredibile emulo del mitico Stentore fu il megarese Erodoro che vinse la gara dei trombettieri per ben dieci volte consecutive, dal 328 a.C. al 292 a.C.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle Olimpiadi erano ammessi solo uomini liberi di stirpe greca che dovevano giurare di essersi allenati per dieci mesi consecutivi (di cui un mese nella palestra di Olimpia) e che non avrebbero commesso scorrettezze durante le gare. Apro una parentesi per spiegare la ragione dell’importanza di essere “di stirpe greca”. Il Peloponneso e le regioni vicine subirono, intorno all’anno mille a.C. un’altra invasione indo-europea dopo quella degli Achei: quella dei Dori. Le tribù doriche (una di queste si chiamava dei Graicòi, da cui il nome romano di Greci e Grecia) ripercorsero la strada degli Achei da nord a sud, sopraffacendo le popolazioni locali, anche se avevano le stesse lontane origini.</p>
<p style="text-align: justify;">La permanenza in questi territori non fu per niente facile, poichè si ritrovarono a dover continuamente combattere per mantenerne il possesso. Da qui la necessità di essere costantemente e nel miglior modo possibile, allenati fisicamente alla guerra, quindi a tutte le prestazioni atletiche ad essa connesse: la corsa, la lotta corpo a corpo, il lancio delle armi, l’uso del cavallo, ecc.. Se aggiungiamo a questo l’importanza dei miti divini nella loro cultura, per cui il vincitore era comunque un eletto, un prescelto degli dèi, che poteva avere il dono della luce solare e non sprofondare nelle tenebre del Tartaro, ne consegue che a coloro che dimostravano di vincere anche nelle competizioni sportive, spettava un destino di gloria sia terrena che dopo la morte. I Greci erano dunque gli eletti e solo a loro spettava di partecipare alle Olimpiadi. Da notare, inoltre, “solo uomini liberi”: le donne infatti non erano ammesse neppure come spettatrici e se vi sono nomi di donne negli elenchi dei vincitori di gare Olimpiche è solo perchè nelle gare ippiche i premi venivano assegnati ai proprietari dei cavalli e non all’auriga o al fantino.</p>
<p style="text-align: center;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/auriga-di-delfi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1620" title="auriga-di-delfi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/auriga-di-delfi.jpg" alt="" width="202" height="270" /></a><em>Auriga di Delfi<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>corsa dei carri</strong>: i carri da corsa erano a due ruote, leggerissimi ed aperti dietro ed erano trainati da due o quattro cavalli; l’auriga indossava una veste bianca detta<em> xystis </em>e guidava, di solito, stando in piedi, ma non mancano esempi in cui lo vediamo seduto quasi “a cassetta”. Nelle quadrighe, la corsa più spettacolare, solo i due cavalli al centro venivano aggiogati, mentre i due esterni erano uniti agli altri da una correggia, che li lasciava più liberi. Determinante era la bravura del cavallo di sinistra poichè doveva guidare gli altri nelle curve intorno alla meta. Perchè la gara fosse equa, un ateniese di nome Cleta inventò una barriera di partenza mobile, disegnata come la prua rovesciata di una nave, con un box per ciascun carro. Gli urti erano comuni, anzi abituali. Una volta in una corsa di 40 quadrighe solo una arrivò al traguardo. Dopo la gara, il proprietario del carro vittorioso veniva incoronato dall’ellanodico con foglie d’olivo intrecciate, tagliate con un’accetta d’oro sopra un tavolo d’oro e avorio e un araldo gridava il suo nome, quello del padre e quello della sua città.  Alla 100° Olimpiade, nel 376 a.C., vinse per la prima volta la gara delle quadrighe una donna: Cinisca, sorella di Agesilao, re di Sparta, che si aggiudicò anche l’edizione successiva 4 anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">La corsa a cavallo<strong> </strong>si svolgeva con le stesse regole valide per i carri. In Grecia i cavalli non venivano ferrati e non si faceva uso di selle. Solo in epoca imperiale si potè parlare di una sella equestre simile a quella dei giorni nostri. Non esistevano neppure le staffe, per cui i fantini balzavano a cavallo con un salto o erano aiutati da palafrenieri, oppure si issavano a forza di braccia, afferrando con una mano i crini del cavallo vicino all’orecchio e con l’altra quelli presso il garrese; ma abbiamo anche l’immagine di un cavaliere che monta il cavallo usando una lancia con una barra trasversale per appoggiarvi il piede, in modo da formare un piccolo scalino. Le staffe comparvero solo nel I sec d.C., esistevano invece il morso e le briglie che, pare, fossero stati inventati dai Corinzi. La pittura vascolare ci documenta anche che il fantino cavalcava nudo, il che, aggiunto all’assenza di staffe, doveva creare notevoli problemi di equilibrio, causando spesso rovinose cadute. La corsa si svolgeva su un percorso di sei stadi (circa 1150 mt) e ne risultava vincitore il cavallo che, con o senza fantino, avesse tagliato per primo il traguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>pentatlo</strong> venne inserito alla 18° Olimpiade, nel 708 a.C., ed era formato da cinque gare, mentre in origine esse venivano disputate separatamente. Si aggiudicava la vittoria l’atleta che vinceva tre competizioni; in caso di pareggio a quota due, era la gara di lotta a designare il vincitore del pentatlo. In un’epigrafe sono attestati fino ad 82 concorrenti per questa specialità.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Il lancio del disco fu disciplina antichissima, molto amata dai greci, che la praticarono fin dai tempi di Omero. I numerosi reperti vascolari e plastici di cui disponiamo, ci consentono di conoscere non solo le dimensioni dell’attrezzo, ma anche le varie fasi della tecnica di lancio: il disco poteva essere di pietra o di metallo (ferro, bronzo, rame), con un diametro di 22 cm (non mancano tuttavia esempi di maggiori dimensioni) e poteva pesare da 1250 gr. fino ai 5000 gr. degli esemplari per uso votivo. Il lanciatore si posizionava nella pedana di tiro, detta <em>balbis</em>, ed impugnato il disco, tendeva il braccio all’indietro per un quarto di giro, si ripiegava su se stesso per alzarsi di scatto con tutta la persona e scagliare l’attrezzo in avanti. Si gareggiava al meglio di cinque lanci e le misure raggiunte variavano secondo il peso del disco: sappiamo che un certo Faillo di Rodi scagliò il disco a 95 piedi, circa 28 mt, ma il discobolo Flegia lo mandò oltre il fiume Alfeo, cioè a circa 55/60 mt, evidentemente con un disco più leggero.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Il giavellotto era costituito da una lancia diritta e leggera, di sambuco o di bronzo, con un’estremità protetta da una capsula di metallo, che non solo consentiva all’asta di conficcarsi nel terreno, ma, spostando il baricentro verso la punta, ne favoriva la traiettoria, che risultava così più lunga e stabile. Anticamente era dotato, a differenza di quelli attuali, di una correggia di cuoio detta <em>amento</em> che, fissata all’asta o arrotolata a spirale con le due estremità libere, ne facilitava la presa ed il lancio. L’atleta passava il dito indice ed il medio nell’anello formato dall’amento, mentre, col pollice intorno all’asta, contribuiva a guidare l’attrezzo. Si gareggiava al meglio di due lanci e la misura media raggiunta si aggirava intorno ai 46 metri.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Pentathlon-antico.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1621" title="Pentathlon-antico" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Pentathlon-antico.jpg" alt="" width="263" height="247" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">3) Il salto fu inserito in epoca post-Omerica ma divenne poi la gara più importante del pentatlo. In un primo tempo pare fosse un salto triplo, visto che le misure raggiunte erano di circa 16 mt, ma un sostanziale mutamento avvenne alla 18° Olimpiade, quando fu introdotto l’uso degli <em>halteres</em>, specie di manubri di pietra o di piombo, usati come contrappeso dal saltatore. Questi, dopo averne impugnato uno per mano, partiva con le braccia all’indietro, prendeva una breve rincorsa, portava rapidamente le braccia in avanti, spiccava il salto tenendo gli arti inferiori e superiori perfettamente paralleli e, un attimo prima di ricadere, riportava le braccia all’indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">4) La corsa era quella semplice dello stadio (vedi).</p>
<p style="text-align: justify;">5) La lotta veniva disputata allo stadio: gli incontri si svolgevano in piedi, nella posizione iniziale di presa delle braccia ed era consentito gettarsi addosso all’avversario per abbatterlo e prenderlo alla gola fin quasi a soffocarlo. Non era necessario far toccare all’avversario il terreno con entrambe le spalle come oggi, bastava che il rivale fosse gettato a terra tre volte oppure che si dichiarasse vinto. Il trionfatore era definito <em>anefedro</em>, ma il titolo più ambito era quello di <em>aconita</em> (senza polvere), assegnato a chi vinceva per rinuncia dell’avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo <strong>stadio</strong>, o corsa semplice, fu la più antica delle varie specialità di corsa, che si differenziavano per la lunghezza del percorso che l’atleta doveva compiere: si trattava di una gara di velocità sui 600 piedi (circa 192 mt) e fu l’unica ad essere disputata nelle prime tredici Olimpiadi; alla 14° fu istituito il <strong>diaulo</strong> (2 stadi), che probabilmente si disputava così: i corridori, giunti alla linea d’arrivo dello stadio, giravano intorno al paletto che divideva una corsìa dall’altra e ritornavano alla linea di partenza. Esisteva poi il <strong>dolico</strong>, sulla cui lunghezza i pareri sono discordi: si va dai 7 ai 24 stadi (dai 1300 ai 4500 mt.); questa specialità ebbe origine coll’istituzione dei corridori-messaggeri, che dovevano recare le notizie delle operazioni di guerra alla madrepatria. Le gare di corsa si disputavano per batterie, i concorrenti venivano estratti a sorte ed eliminati se perdenti. Le false partenze erano punite col bastone fino a che, per evitarle, si ricorse ad una barriera, come nelle corse equestri. Gli atleti, a corpo nudo e scalzi, adottavano però delle ginocchiere per proteggere le articolazioni nello sforzo della corsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>pugilato</strong>, disciplina antichissima, agli inizi veniva disputato a mani nude, poi si passò all’uso di “guantoni”, costituiti da corregge di bue intrecciate che, lasciando libero il pollice, giravano intorno alle falangi delle altre quattro dita della mano, coprivano il polso e spesso salivano a cingere l’avambraccio del pugile. I greci chiamarono <em>imantes</em> questi “guantoni” ed i romani <em>cesti</em>. Non esistevano categorie di peso e, una volta che il pugile veniva annoverato tra gli atleti adulti, neppure quelle di età, per cui talvolta i combattimenti erano decisamente impari. Per la <strong>lotta</strong> vedere il punto 5 del pentatlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/lottatori-antichi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1622" title="lottatori-antichi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/lottatori-antichi.jpg" alt="" width="288" height="239" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>pancrazio</strong>, che fu apprezzatissimo, come il nome stesso suggerisce (pan-krates = tutta forza, onnipotente), era un misto di lotta e pugilato, in cui però non si usavano i cesti, perchè gli atleti dovevano potersi afferrare con le mani e poter usare le dita tese; era inoltre permesso colpire con i calci. Secondo il medico Galeno era consentito torcere gli arti fino a slogarli, fratturare ossa e provocare al rivale un principio di soffocamento, senza però portarlo alle estreme conseguenze; l’accecamento era invece proibito. Il combattimento si concludeva con la resa di uno dei due contendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>oplitodromia</strong> fu anticamente un’attività preparatoria alla guerra, esercitata dai militari, ammessa ai giochi nel 520 a.C., durante la 65° Olimpiade. Nelle prime gare l’atleta, che correva nudo, indossava l’elmo, lo scudo e gli schinieri, mentre in seguito si limitò al solo scudo di bronzo, anche se da alcuni monumenti risulta che la corsa poteva aver luogo con il solo elmo, oppure con elmo e scudo senza schinieri. Sappiamo che ad Olimpia erano depositati 25 scudi di bronzo identici, che i sacerdoti fornivano ai corridori perchè potessero disporre di armi di ugual peso. La lunghezza della corsa era di 2 o 4 stadi. Filostrato narra che un atleta, già vincitore, se tornava a gareggiare e perdeva, veniva mandato a morte.</p>
<p style="text-align: justify;">La gloria dei vincitori dei giochi Olimpici era immensa, e se i premi assegnati dopo le gare erano puramente simbolici, come le corone di ulivo selvatico, di alloro, rami di palma o bende di lana per cingere la fronte, le braccia e le cosce, riconoscimenti ben più importanti offrirono ai propri concittadini vittoriosi le città-stato elleniche. Al loro ritorno non solo venivano celebrati con l’erezione di statue, opere di artisti come Mirone, Prassitele o Policleto, ma anche cantati nell’<em>epinicio</em> (canto della vittoria) da sommi poeti come Pindaro, Simonide e Bacchilide, ed effigiati su monete. Venivano accordati loro anche notevoli benefici, come il conferimento della cittadinanza onoraria e della <em>proedria</em>, ossia il poter disporre di posti privilegiati a teatro, al circo, nelle funzioni sacre, ecc., e perfino il diritto di mangiare a vita a spese dello stato nel Pritaneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli atleti spartani furono un esempio per il resto del mondo greco. Tra il 720 e il 576 a.C., da Sparta vennero 56 su 71 vincitori Olimpici conosciuti. Nella prestigiosa corsa sulla distanza di uno stadio, su 36 vincitori di cui si ha notizia, ben 21 erano spartani. Olimpia e le sue feste vennero a lungo utilizzati come propaganda per dimostrare a tutti la loro superiorità. Era infatti nota l’ossessione degli spartani per la perfezione fisica del corpo, tanto che a Sparta uomini e anziani danzavano completamente nudi nella piazza del mercato per colpire i visitatori con l’armonia delle loro forme. Il lungo ed elaborato addestramento alla tecnica di guerra della “falange”, contribuiva in modo determinante alla loro prestanza fisica: si sa che i bambini scelti per farne parte, venivano tolti alla madre all’età di 7 anni, vivevano in una guarnigione sino a 30 anni e potevano essere chiamati sotto le armi sino ai 60. Questa loro ossessione però, li portò col tempo ad essere isolati dagli altri cittadini greci, e perfino derisi, tanto che alla fine del VI sec. cessarono di partecipare alle Olimpiadi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il periodo di crescita dell’VIII e VII sec.a.C. e quello di splendore del V sec.a.C., a partire dalla guerra del Peloponneso, i giochi vennero coinvolti sempre più nelle lotte fra le città greche e persero quindi il loro originario significato etico. In epoca romana troviamo fra i vincitori di gare Olimpiche ben tre imperatori: Tiberio vinse la quadriga nel 4 d.C., Nerone vinse addirittura sei gare, dopo aver fatto spostare l’edizione N°211 dal 65 al 67 d.C. (ma gli Elei si rifiutarono di iscriverlo nelle liste dei vincitori ufficiali); infine Germanico vinse la quadriga nella 199° Olimpiade. Dopo una temporanea rifioritura in età Adrianea, le Olimpiadi continuarono a declinare fino al 261 d.C., l’ultima data in cui abbiamo notizie della loro celebrazione, per un totale di 294 edizioni. Non ci è noto se i giochi continuarono a svolgersi in seguito, ma nel dicembre del 393 li abolì di fatto Teodosio, dopo una lettera di Sant’Ambrogio, ordinando formalmente che tutti i culti e i centri pagani venissero chiusi (l’imperatore, alcuni mesi prima, aveva soffocato nel sangue, nel circo di Tessalonica, una rivolta cristiana contro le crudeltà che vi si commettevano). Due anni dopo, Olimpia fu invasa e saccheggiata dai Goti. Nel 426 un editto di Teodosio II ordinò che tutti i templi pagani fossero abbattuti così che il fuoco e la distruzione terminarono “l’opera” dei barbari. La famosa statua d’oro e avorio scolpita da Fidia, venne trasportata dopo otto secoli a Costantinopoli, ma durante il viaggio fu distrutta da un incendio. Un ulteriore editto di Giustiniano un secolo dopo, due terremoti e lo straripamento del Cladeo e dell’Alfeo, stesero una pesante coltre di pietre e fango su ciò che era rimasto di Olimpia.</p>
<p style="text-align: justify;">I giochi Olimpici dell’era moderna si aprirono ad Atene nel 1896: fautore della loro rinascita fu il barone Pierre de Coubertin, che affascinato dagli scavi archeologici compiuti ad Olimpia, si adoperò affinchè fossero ripristinati gli antichi fasti ellenici. Nel 1920 fu inaugurata la bandiera coi 5 anelli di colore diverso in rappresentanza dei 5 continenti: blu per l’Europa, giallo per l’Asia, nero per l’Africa, verde per l’Oceania e rosso per l’America, con il motto “Citius, Altius, Fortius” (Più veloce, Più in alto, Più forte).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giovanni Spini</em></p>
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		<title>Le origini delle Olimpiadi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 15:26:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Olimpiade era chiamato in Grecia il periodo di quattro anni che intercorreva tra le feste Olimpie: si trattava delle più antiche feste greche, che si celebravano ad Olimpia nell’Elide, storica regione del Peloponneso nordoccidentale, bagnata dallo Ionio. In seguito, le Olimpiadi si identificarono con i giochi agonistici che si svolgevano durante quelle storiche feste. L’esplorazione archeologica del santuario di Olimpia, situato alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo cominciò nel 1875 col rinvenimento di numerosi reperti oggi custoditi nel museo locale (...)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Olimpiadi nell&#8217;antichità: tra archeologia e storia.</strong></p>
<p><em>di Giovanni Spini</em></p>
<p style="text-align: justify;">Olimpiade era chiamato in Grecia il periodo di quattro anni che intercorreva tra le feste Olimpie: si trattava delle più antiche feste greche, che si celebravano ad Olimpia nell’Elide, storica regione del Peloponneso nordoccidentale, bagnata dallo Ionio. In seguito, le Olimpiadi si identificarono con i giochi agonistici che si svolgevano durante quelle storiche feste. L’esplorazione archeologica del santuario di Olimpia, situato alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo cominciò nel 1875 col rinvenimento di numerosi reperti oggi custoditi nel museo locale. Gli edifici della zona sacra, detta <em>Altis</em>, furono abbattuti nel medioevo e ciò che rimase fu interrato quasi completamente. Tra essi, i più importanti erano il tempio di Era e quello di Zeus, il dio cui era dedicato tutto il complesso sacrale. Il tempio di Era, situato a nord, risaliva al VII sec.a.C.: era in stile dorico ed aveva in origine le colonne in legno, sostituite in seguito con altre in pietra; al suo interno fu rinvenuto il gruppo scultoreo di Ermète con Diòniso fanciullo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempio di Zeus, costruito da Libone tra il 468 e il 456 a.C., era pure in stile dorico ma situato a sud: ricoperto di stucco bianco con 84 colonne, misurava circa 64 x 28 mt e conteneva una delle sette meraviglie del mondo antico: la statua crisoelefantina (in oro e avorio) di Zeus, opera del grande scultore Fidia, alta circa 12 metri e mezzo. Il dio era rappresentato seduto sul trono con una ghirlanda in testa, una Nike (Vittoria alata) d’oro nella sua destra ed un bastone nella sinistra con appollaiata sopra la sua aquila. Purtroppo, a causa dei preziosi materiali che rivestivano l’opera, nulla è rimasto di quel capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Olimpia-antica.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1601" title="Olimpia e le olimpiadi antiche" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Olimpia-antica.jpg" alt="" width="419" height="247" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lungo il lato nord dell’Altis, a destra del tempio di Era, si trovava un altare a forma di cono, composto prevalentemente dalle ceneri di fuochi dedicati a Zeus; vicino sorgeva il <em>Metroon</em>, tempietto della dea Cibele del IV sec.a.C., mentre lungo il muro più a monte, come in altri santuari ed oracoli greci, erano posizionate le edicole (<em>thesaurò</em>i) per contenere i doni votivi, sia di ringraziamento che di buon auspicio, costruite da dodici città greche tra il VI e il V sec.a.C., tra cui Gela, Megara, Metaponto, Siracusa, Selinunte, Epidauro, ecc. Nel V sec.a.C. gli svariati doni (architetture, statue della Vittoria, vasi d’oro, gioielli, ecc.) affollavano il recinto sacro tradizionale a tal punto che gli Elei furono costretti a spostare per ben due volte lo stadio per far posto ai Tesori. Il lato orientale era occupato da un lungo portico, mentre sul lato nord-ovest vi era il <em>Philippeion</em>, tempietto rotondo eretto dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., che conteneva le statue criselefantine di Alessandro Magno e dei suoi avi, opere dello scultore Leocare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al centro dell’Altis si trovava il <em>Pelopion</em>, ovvero il recinto che conteneva il sepolcro di Pelope, fondatore dei giochi Olimpici. Nell’area esterna sorgeva a sud il <em>Bouleterion</em>, sede della direzione dei giochi; eccone una descrizione interna fatta da Pausania: “<em>Quello del Buleterion è, tra quanti simulacri vi sono di Zeus, più di ogni altro fatto per incuter terrore dei malvagi; è detto Horkios</em> (Custode dei giuramenti) <em>e reca un fulmine in ciascuna delle due mani. Presso di esso è usanza che gli atleti, i loro padri e i loro fratelli, ed inoltre gli allenatori, giurino su pezzi di carne di un verro, che nessuna frode verrà da loro commessa contro le norme dell’agone Olimpico”</em>. Seguivano in senso orario il <em>Leonidaion</em>, dove venivano ospitati i personaggi importanti e l’officina di Fidia, sulla quale fu eretta in seguito una chiesa bizantina: qui fu ritrovato, oltre a frammenti di matrici usate per la statua di Zeus, un vaso con la scritta: “Sono di Fidia”. Altri edifici erano il <em>Theokoleon</em>, che ospitava i sacerdoti e il <em>Pritaneo</em>, centro sacro della comunità, dove si trovava il focolare di Estia, dove si compivano sacrifici e prendevano pasti a vita, a spese dello stato, i cittadini benemeriti e gli atleti vincitori delle gare Olimpiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi7.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1602" title="atleti antiche olimpiadi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi7.jpg" alt="" width="351" height="252" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto la tradizione attribuisce la fondazione dei giochi Olimpici al mitico Pelope, figlio di Tantalo, ma per gli storici Argivi fu invece Eracle: una loro leggenda narra che l’eroe, dopo la sua settima fatica, cioè la pulizia delle stalle di Augias, re di Elide, non avendo ottenuto da questi il compenso pattuito, lo uccise con tutti i suoi figli, quindi, dopo aver delimitato l’Alti<em>s</em> ed aver innalzato un altare per ognuna delle dodici divinità dell’Olimpo, fondò l’<em>Alsos</em>, il boschetto di oleastri da cui provenivano le fronde per le corone dei vincitori e consacrò tutto il complesso cultuale al padre Zeus, istituendo i giochi in suo onore. Ad essi parteciparono, tra gli altri, anche gli dèi Apollo e Marte. Ciò nonostante per alcuni secoli i giochi caddero nell’oblìo, finchè, dietro suggerimento dell’oracolo di Delfi, il re di Elide, Ifito, ripristinò la manifestazione. Ancora Pausania, nel II sec.d.C., racconta che ad Olimpia si mostrava un disco di bronzo sul quale era incisa la prescrizione che imponeva una tregua sacra da osservarsi durante lo svolgimento delle feste.<br />
Poichè i giochi Olimpici si perdono nella più remota antichità, fu scelta come data d’inizio il 776 a.C., cioè l’anno in cui l’atleta Corebo ottenne per primo l’onore di una statua a ricordo della sua vittoria nella corsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli impianti sportivi di Olimpia sorgevano in un’area immediatamente contigua all’Altis: inizialmente si limitavano allo <strong>stadio </strong>e all’<strong>ippodromo </strong>a est, in seguito si aggiunsero il <strong>ginnasio</strong> e la <strong>palestra </strong>ad ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/768px-Curtius_Olympia_1_t03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1603" title="scavi di olimpia vecchie foto" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/768px-Curtius_Olympia_1_t03.jpg" alt="" width="383" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lo <strong>stadio</strong> era una spianata rettangolare in terra battuta, larga circa 32 mt e lunga 212, divisa in sei parti contrassegnate lungo il perimetro da cippi lignei o marmorei, che servivano a misurare le lunghezze dei lanci degli attrezzi. Circondato da una gradinata che non era di pietra ma di semplice terra battuta, lo stadio non possedeva tettoie per coprire i circa 50.000 spettatori che poteva ospitare, tanto che, il grande Talete morì per un colpo di sole, all’età di 78 anni, mentre assisteva alla 58° Olimpiade nel 548 a.C.; i giochi, infatti, erano programmati in modo che il terzo giorno di gara coincidesse con la seconda o terza luna piena dopo il solstizio di giugno: il che significa che avevano sempre luogo in agosto o in settembre. La linea di partenza, un tempo tracciata semplicemente sul terreno, si trasformò in una soglia di pietra con scanalatura per l’appoggio delle punte dei piedi, così come la linea d’arrivo (terma), come si può vedere ancora oggi nel grande complesso sportivo di Olimpia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>ippodromo</strong>, lungo circa 450 mt, era costituito da un grande spazio aperto rettangolare, piatto, situato ad sud dello stadio, delimitato a nord da una bassa collina e a sud da un terrapieno artificiale, dove si disponevano gli spettatori. Anche qui non vi erano tettoie per ombreggiare e solo i giudici e qualche personaggio famoso godevano del lusso dei sedili. Il terreno della corsa era diviso in due, nel senso della lunghezza, o da una palizzata o da una semplice corda a formare due corsìe ed alle due estremità erano poste le mete, intorno alle quali dovevano girare i carri. La distanza tra le due mete era di circa 380 mt, l’intero giro misurava 4 stadi, cioè 769 mt, anche se, secondo alcune fonti, pare dovesse misurare il doppio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>ginnasio</strong> era la struttura che comprendeva, oltre la palestra, vari altri locali, come ad es. il <em>korykeion</em>, dove venivano conservati i sacchi di cuoio pieni di sabbia che usavano i pancrazisti, il <em>konisterion</em> usato dai   lottatori, lo <em>sphairisterion</em> per i pugili, l<em>’elaiothesion</em>, dove si teneva l’olio per le unzioni, <em>l’apodyterion</em>, cioè lo spogliatoio, il <em>loutròn</em>, o sala con la vasca da bagno, ecc. Le prime<strong> palestre</strong>, costituite da un semplice recinto quadrangolare coperto di sabbia e dotato di un <em>dromos</em>, cioè di una pista destinata alla corsa, risalgono al VII sec.a.C.. In seguito la loro struttura andò ampliandosi ed articolandosi in complessi sempre più elaborati che disponevano di piste coperte e scoperte, dotate di soglie in pietra per delimitare la linea di partenza e di arrivo, tanto che i termini <em>gymnasion</em> e <em>palaistra</em> spesso si corrispondevano. Ad Olimpia la palestra era un imponente edificio a pianta quadrata con un grande cortile centrale il cui lato misurava 41 mt, chiuso dentro un colonnato dove si aprivano i locali che servivano agli atleti. I metodi di insegnamento e di preparazione alle gare furono diversi e non di rado contrastanti fra loro: gli atleti che praticavano sport pesanti, ad esempio, venivano abituati dagli Elei a gareggiare d’estate, a mezzogiorno, sul terreno infuocato, mentre il pugilatore Tisandro di Nasso si allenava compiendo lunghe nuotate: diceva che in tal modo gli si rinvigorivano le braccia e aveva maggior scioltezza nelle mani. Il metodo si rivelò certamente giusto poichè vinse per ben quattro edizioni consecutive la gara del pugilato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella palestra si praticavano anche degli esercizi non presenti nelle gare regolari, come il sollevamento pesi o la pratica di dissodare la pista sabbiosa con una piccozza per rendere flessibile la colonna vertebrale (anche perchè la manutenzione del terreno dello stadio era compito degli atleti). I corridori si allenavano correndo su spessi strati di sabbia o in ginocchio, mentre i pugili si sottomettevano talvolta alla flagellazione, per abiturasi al dolore dei colpi. L’allenatore o <em>pedotriba</em>, costituì una figura così importante che la tradizione ci ha tramandato i nomi di molti di loro. Li troviamo rappresentati con un’ampia veste e muniti di una bacchetta forcuta con la quale correggevano gli atleti, interrompevano incontri, castigavano gli scorretti, ma vi sono anche raffigurazioni che li ritraggono nudi, probabilmente per dimostrare meglio gli esercizi. Prima degli allenamenti e dell’attività agonistica, gli atleti si cospargevano di olio, usanza introdotta, secondo Tucidide, quando fu abolito il perizoma a favore della nudità completa e pare si coprissero i capelli con apposite cuffie per essere più liberi nei movimenti e per non offrire all’avversario una facile presa. In alcune opere vascolari, però, si vedono rappresentati con il capo rasato, salvo un ciuffo alla sommità del cranio. Importante era anche la dieta, che poteva variare a seconda del “dietologo”, ma si sa che anticamente era costituita da frumento, formaggio fresco e fichi secchi, mentre già nel VI sec.a.C. fu introdotta la dieta a base di carne: il primo che la adottò, dietro suggerimento del celebre filosofo e matematico Pitagora, fu Eurymenes di Samo, che vinse con manifesta superiorità una gara “pesante” (lotta, pugilato o pancrazio); obbligatorio era astenersi dal vino e dal sesso. Dopo la prestazione atletica lo strato di sporco, costituitosi con l’olio, il sudore e la sabbia, veniva tolto usando lo <em>strigile</em>, strumento ricurvo di origine cretese, dotato di manico e incavato a canale, che poteva essere di bronzo, d’argento, d’avorio o di legno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi6.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1604" title="olimpiadi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi6.jpg" alt="" width="281" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mesi prima delle Olimpiadi, tre messaggeri, chiamati <em>spondophoròi</em> (pacieri), che si incaricavano anche delle libagioni sacre, annunciavano in tutta la Grecia la data d’inizio dei giochi proclamando la tregua sacra, durante la quale ogni arma doveva essere deposta. Il programma delle feste, che duravano cinque giorni, subì variazioni nel tempo, per cui abbiamo notizie abbastanza sicure solo a partire dal V sec.a.C. (fino al 472 a.C. i giochi duravano un solo giorno), quando raggiunsero la loro organizzazione classica. Nel primo giorno era un solenne giuramento davanti all’altare di Zeus ad inaugurare le celebrazioni festive, cui seguivano sacrifici, offerte e preghiere agli dèi. Nel secondo giorno, sotto la sorveglianza degli <em>ellanodici</em>, giudici di gara, e degli <em>alùtai</em>, specie di polizia della manifestazione, iniziavano le competizioni sportive; alla sera migliaia di spettatori ed atleti si riunivano per cantare inni e offrire sacrifici di buoi neri sull’altare di Pelope. La mattina del terzo giorno era dedicata a diverse cerimonie religiose, al culmine delle quali avveniva un solenne sacrificio di cento buoi davanti all’antico altare di Zeus: sopra una piattaforma antistante, i sacerdoti, dopo l’uccisione, tagliavano le cosce delle vittime e le portavano sulla sommità del cono per essere bruciate, così che la cenere elevava sempre più l’altare; nel pomeriggio riprendevano gli agòni con le gare della corsa. La quarta giornata era interamente dedicata alle gare atletiche. Nel quinto giorno aveva luogo la processione solenne, seguita dall’incoronazione dei vincitori, poi si teneva un banchetto nel Pritaneo ed infine nuovi sacrifici e offerte di ringraziamento. Le gare che si disputavano erano nell’ordine le seguenti: <strong>corsa dei carri, corsa a cavallo, pentatlo</strong> (lancio del disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), <strong>stadio</strong>, <strong>diaulo</strong> (mezzofondo), <strong>dolico</strong> (fondo), <strong>pugilato</strong>, <strong>lotta</strong>, <strong>pancrazio</strong> e <strong>oplitodromia</strong>; vi erano inoltre gare particolari riservate ai ragazzi dai 12 ai 18 anni (stadio, lotta, pugilato) e ai puledri, che furono istituite dopo il 632 a.C., alla 37° Olimpiade.</p>
<p><a href="http://www.e-archeos.com/articoli/come-si-svolgevano-le-olimpiadi-antiche.html"><em><strong>leggi seconda parte</strong></em></a></p>
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