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	<title>Press &#38; Archeos</title>
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	<description>Edizioni Press &#38; Archeos</description>
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		<title>Un documentario sui Popoli Indoeuropei</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 16:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa unisce popoli così diversi tra loro come i lituani, gli iraniani,gli inglesi e i popoli del nord dell’India? Da dove provenivano i misteriosi Indoeuropei? Quali sono le tracce remote che ancora persistono nelle lingue moderne? E quali, tra le fantasiose ipotesi che sono state fatte sugli “ariani” hanno una reale base scientifica?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mediaframe.it/copertine/cop_PAG_indoeuropei.gif" alt="" width="269" height="346" /></p>
<p><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;"><strong>LE ORIGINI DEI POPOLI INDOEUROPEI<br />
La diaspora delle lingue e le radici della cultura occidentale</strong></span></p>
<p>diretto da<br />
<strong>Pietro Ferrari </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;">durata: 51&#8242;<br />
Mediaframe e Pietro Ferrari, 2011</span><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;"><br />
</span><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif;">€ 14,90</span></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa unisce popoli così diversi tra loro  come i lituani, gli iraniani,gli inglesi e i popoli del nord dell’India?  Da dove provenivano i misteriosi Indoeuropei? Quali sono le tracce  remote che ancora persistono nelle lingue moderne? E quali, tra le fantasiose  ipotesi che sono state fatte sugli “ariani” hanno una reale base  scientifica?</p>
<p style="text-align: justify;">Rispondere a queste domande significa avventurarsi in una  questione storica, archeologica e linguistica particolarmente complessa.  Talvolta i “fossili” guida di questa ricerca saranno delle semplici <em>parole</em>,  spesso ancor oggi in uso e troppe volte date per scontate; in altri  casi dovremo attingere agli studi storico-archeologici, ed al vastissimo  corpus dei miti e delle tradizioni europee ed indiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine saremo sorpresi da come, un piccolo popolo di pastori  dell’Europa centrale, possa aver influenzato le lingue e la cultura di  milioni di abitatori della Terra&#8230;<br />
<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>contenuti:<br />
Le analogie tra le lingue moderne<br />
Gli studi storici e archeologici<br />
La mitologia e le teorie dei nazisti<br />
Chi eravamo prima degli indoeuropei?</strong></p>
<p>con la partecipazione di<br />
MARIO PAGNI<br />
ENRICO BACCARINI<br />
PIETRO FERRARI</p>
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</strong></p>
</div>
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		<title>Le origini delle Olimpiadi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 15:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Olimpiade era chiamato in Grecia il periodo di quattro anni che intercorreva tra le feste Olimpie: si trattava delle più antiche feste greche, che si celebravano ad Olimpia nell’Elide, storica regione del Peloponneso nordoccidentale, bagnata dallo Ionio. In seguito, le Olimpiadi si identificarono con i giochi agonistici che si svolgevano durante quelle storiche feste. L’esplorazione archeologica del santuario di Olimpia, situato alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo cominciò nel 1875 col rinvenimento di numerosi reperti oggi custoditi nel museo locale (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Olimpiadi nell&#8217;antichità: tra archeologia e storia.</strong></p>
<p><em>di Giovanni Spini</em></p>
<p style="text-align: justify;">Olimpiade era chiamato in Grecia il periodo di quattro anni che intercorreva tra le feste Olimpie: si trattava delle più antiche feste greche, che si celebravano ad Olimpia nell’Elide, storica regione del Peloponneso nordoccidentale, bagnata dallo Ionio. In seguito, le Olimpiadi si identificarono con i giochi agonistici che si svolgevano durante quelle storiche feste. L’esplorazione archeologica del santuario di Olimpia, situato alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cadeo cominciò nel 1875 col rinvenimento di numerosi reperti oggi custoditi nel museo locale. Gli edifici della zona sacra, detta <em>Altis</em>, furono abbattuti nel medioevo e ciò che rimase fu interrato quasi completamente. Tra essi, i più importanti erano il tempio di Era e quello di Zeus, il dio cui era dedicato tutto il complesso sacrale. Il tempio di Era, situato a nord, risaliva al VII sec.a.C.: era in stile dorico ed aveva in origine le colonne in legno, sostituite in seguito con altre in pietra; al suo interno fu rinvenuto il gruppo scultoreo di Ermète con Diòniso fanciullo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempio di Zeus, costruito da Libone tra il 468 e il 456 a.C., era pure in stile dorico ma situato a sud: ricoperto di stucco bianco con 84 colonne, misurava circa 64 x 28 mt e conteneva una delle sette meraviglie del mondo antico: la statua crisoelefantina (in oro e avorio) di Zeus, opera del grande scultore Fidia, alta circa 12 metri e mezzo. Il dio era rappresentato seduto sul trono con una ghirlanda in testa, una Nike (Vittoria alata) d’oro nella sua destra ed un bastone nella sinistra con appollaiata sopra la sua aquila. Purtroppo, a causa dei preziosi materiali che rivestivano l’opera, nulla è rimasto di quel capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Olimpia-antica.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1601" title="Olimpia e le olimpiadi antiche" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/Olimpia-antica.jpg" alt="" width="419" height="247" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lungo il lato nord dell’Altis, a destra del tempio di Era, si trovava un altare a forma di cono, composto prevalentemente dalle ceneri di fuochi dedicati a Zeus; vicino sorgeva il <em>Metroon</em>, tempietto della dea Cibele del IV sec.a.C., mentre lungo il muro più a monte, come in altri santuari ed oracoli greci, erano posizionate le edicole (<em>thesaurò</em>i) per contenere i doni votivi, sia di ringraziamento che di buon auspicio, costruite da dodici città greche tra il VI e il V sec.a.C., tra cui Gela, Megara, Metaponto, Siracusa, Selinunte, Epidauro, ecc. Nel V sec.a.C. gli svariati doni (architetture, statue della Vittoria, vasi d’oro, gioielli, ecc.) affollavano il recinto sacro tradizionale a tal punto che gli Elei furono costretti a spostare per ben due volte lo stadio per far posto ai Tesori. Il lato orientale era occupato da un lungo portico, mentre sul lato nord-ovest vi era il <em>Philippeion</em>, tempietto rotondo eretto dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., che conteneva le statue criselefantine di Alessandro Magno e dei suoi avi, opere dello scultore Leocare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al centro dell’Altis si trovava il <em>Pelopion</em>, ovvero il recinto che conteneva il sepolcro di Pelope, fondatore dei giochi Olimpici. Nell’area esterna sorgeva a sud il <em>Bouleterion</em>, sede della direzione dei giochi; eccone una descrizione interna fatta da Pausania: “<em>Quello del Buleterion è, tra quanti simulacri vi sono di Zeus, più di ogni altro fatto per incuter terrore dei malvagi; è detto Horkios</em> (Custode dei giuramenti) <em>e reca un fulmine in ciascuna delle due mani. Presso di esso è usanza che gli atleti, i loro padri e i loro fratelli, ed inoltre gli allenatori, giurino su pezzi di carne di un verro, che nessuna frode verrà da loro commessa contro le norme dell’agone Olimpico”</em>. Seguivano in senso orario il <em>Leonidaion</em>, dove venivano ospitati i personaggi importanti e l’officina di Fidia, sulla quale fu eretta in seguito una chiesa bizantina: qui fu ritrovato, oltre a frammenti di matrici usate per la statua di Zeus, un vaso con la scritta: “Sono di Fidia”. Altri edifici erano il <em>Theokoleon</em>, che ospitava i sacerdoti e il <em>Pritaneo</em>, centro sacro della comunità, dove si trovava il focolare di Estia, dove si compivano sacrifici e prendevano pasti a vita, a spese dello stato, i cittadini benemeriti e gli atleti vincitori delle gare Olimpiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi7.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1602" title="atleti antiche olimpiadi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi7.jpg" alt="" width="351" height="252" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto la tradizione attribuisce la fondazione dei giochi Olimpici al mitico Pelope, figlio di Tantalo, ma per gli storici Argivi fu invece Eracle: una loro leggenda narra che l’eroe, dopo la sua settima fatica, cioè la pulizia delle stalle di Augias, re di Elide, non avendo ottenuto da questi il compenso pattuito, lo uccise con tutti i suoi figli, quindi, dopo aver delimitato l’Alti<em>s</em> ed aver innalzato un altare per ognuna delle dodici divinità dell’Olimpo, fondò l’<em>Alsos</em>, il boschetto di oleastri da cui provenivano le fronde per le corone dei vincitori e consacrò tutto il complesso cultuale al padre Zeus, istituendo i giochi in suo onore. Ad essi parteciparono, tra gli altri, anche gli dèi Apollo e Marte. Ciò nonostante per alcuni secoli i giochi caddero nell’oblìo, finchè, dietro suggerimento dell’oracolo di Delfi, il re di Elide, Ifito, ripristinò la manifestazione. Ancora Pausania, nel II sec.d.C., racconta che ad Olimpia si mostrava un disco di bronzo sul quale era incisa la prescrizione che imponeva una tregua sacra da osservarsi durante lo svolgimento delle feste.<br />
Poichè i giochi Olimpici si perdono nella più remota antichità, fu scelta come data d’inizio il 776 a.C., cioè l’anno in cui l’atleta Corebo ottenne per primo l’onore di una statua a ricordo della sua vittoria nella corsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli impianti sportivi di Olimpia sorgevano in un’area immediatamente contigua all’Altis: inizialmente si limitavano allo <strong>stadio </strong>e all’<strong>ippodromo </strong>a est, in seguito si aggiunsero il <strong>ginnasio</strong> e la <strong>palestra </strong>ad ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/768px-Curtius_Olympia_1_t03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1603" title="scavi di olimpia vecchie foto" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/768px-Curtius_Olympia_1_t03.jpg" alt="" width="383" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lo <strong>stadio</strong> era una spianata rettangolare in terra battuta, larga circa 32 mt e lunga 212, divisa in sei parti contrassegnate lungo il perimetro da cippi lignei o marmorei, che servivano a misurare le lunghezze dei lanci degli attrezzi. Circondato da una gradinata che non era di pietra ma di semplice terra battuta, lo stadio non possedeva tettoie per coprire i circa 50.000 spettatori che poteva ospitare, tanto che, il grande Talete morì per un colpo di sole, all’età di 78 anni, mentre assisteva alla 58° Olimpiade nel 548 a.C.; i giochi, infatti, erano programmati in modo che il terzo giorno di gara coincidesse con la seconda o terza luna piena dopo il solstizio di giugno: il che significa che avevano sempre luogo in agosto o in settembre. La linea di partenza, un tempo tracciata semplicemente sul terreno, si trasformò in una soglia di pietra con scanalatura per l’appoggio delle punte dei piedi, così come la linea d’arrivo (terma), come si può vedere ancora oggi nel grande complesso sportivo di Olimpia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>ippodromo</strong>, lungo circa 450 mt, era costituito da un grande spazio aperto rettangolare, piatto, situato ad sud dello stadio, delimitato a nord da una bassa collina e a sud da un terrapieno artificiale, dove si disponevano gli spettatori. Anche qui non vi erano tettoie per ombreggiare e solo i giudici e qualche personaggio famoso godevano del lusso dei sedili. Il terreno della corsa era diviso in due, nel senso della lunghezza, o da una palizzata o da una semplice corda a formare due corsìe ed alle due estremità erano poste le mete, intorno alle quali dovevano girare i carri. La distanza tra le due mete era di circa 380 mt, l’intero giro misurava 4 stadi, cioè 769 mt, anche se, secondo alcune fonti, pare dovesse misurare il doppio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>ginnasio</strong> era la struttura che comprendeva, oltre la palestra, vari altri locali, come ad es. il <em>korykeion</em>, dove venivano conservati i sacchi di cuoio pieni di sabbia che usavano i pancrazisti, il <em>konisterion</em> usato dai   lottatori, lo <em>sphairisterion</em> per i pugili, l<em>’elaiothesion</em>, dove si teneva l’olio per le unzioni, <em>l’apodyterion</em>, cioè lo spogliatoio, il <em>loutròn</em>, o sala con la vasca da bagno, ecc. Le prime<strong> palestre</strong>, costituite da un semplice recinto quadrangolare coperto di sabbia e dotato di un <em>dromos</em>, cioè di una pista destinata alla corsa, risalgono al VII sec.a.C.. In seguito la loro struttura andò ampliandosi ed articolandosi in complessi sempre più elaborati che disponevano di piste coperte e scoperte, dotate di soglie in pietra per delimitare la linea di partenza e di arrivo, tanto che i termini <em>gymnasion</em> e <em>palaistra</em> spesso si corrispondevano. Ad Olimpia la palestra era un imponente edificio a pianta quadrata con un grande cortile centrale il cui lato misurava 41 mt, chiuso dentro un colonnato dove si aprivano i locali che servivano agli atleti. I metodi di insegnamento e di preparazione alle gare furono diversi e non di rado contrastanti fra loro: gli atleti che praticavano sport pesanti, ad esempio, venivano abituati dagli Elei a gareggiare d’estate, a mezzogiorno, sul terreno infuocato, mentre il pugilatore Tisandro di Nasso si allenava compiendo lunghe nuotate: diceva che in tal modo gli si rinvigorivano le braccia e aveva maggior scioltezza nelle mani. Il metodo si rivelò certamente giusto poichè vinse per ben quattro edizioni consecutive la gara del pugilato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella palestra si praticavano anche degli esercizi non presenti nelle gare regolari, come il sollevamento pesi o la pratica di dissodare la pista sabbiosa con una piccozza per rendere flessibile la colonna vertebrale (anche perchè la manutenzione del terreno dello stadio era compito degli atleti). I corridori si allenavano correndo su spessi strati di sabbia o in ginocchio, mentre i pugili si sottomettevano talvolta alla flagellazione, per abiturasi al dolore dei colpi. L’allenatore o <em>pedotriba</em>, costituì una figura così importante che la tradizione ci ha tramandato i nomi di molti di loro. Li troviamo rappresentati con un’ampia veste e muniti di una bacchetta forcuta con la quale correggevano gli atleti, interrompevano incontri, castigavano gli scorretti, ma vi sono anche raffigurazioni che li ritraggono nudi, probabilmente per dimostrare meglio gli esercizi. Prima degli allenamenti e dell’attività agonistica, gli atleti si cospargevano di olio, usanza introdotta, secondo Tucidide, quando fu abolito il perizoma a favore della nudità completa e pare si coprissero i capelli con apposite cuffie per essere più liberi nei movimenti e per non offrire all’avversario una facile presa. In alcune opere vascolari, però, si vedono rappresentati con il capo rasato, salvo un ciuffo alla sommità del cranio. Importante era anche la dieta, che poteva variare a seconda del “dietologo”, ma si sa che anticamente era costituita da frumento, formaggio fresco e fichi secchi, mentre già nel VI sec.a.C. fu introdotta la dieta a base di carne: il primo che la adottò, dietro suggerimento del celebre filosofo e matematico Pitagora, fu Eurymenes di Samo, che vinse con manifesta superiorità una gara “pesante” (lotta, pugilato o pancrazio); obbligatorio era astenersi dal vino e dal sesso. Dopo la prestazione atletica lo strato di sporco, costituitosi con l’olio, il sudore e la sabbia, veniva tolto usando lo <em>strigile</em>, strumento ricurvo di origine cretese, dotato di manico e incavato a canale, che poteva essere di bronzo, d’argento, d’avorio o di legno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi6.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1604" title="olimpiadi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/05/olimpiadi6.jpg" alt="" width="281" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mesi prima delle Olimpiadi, tre messaggeri, chiamati <em>spondophoròi</em> (pacieri), che si incaricavano anche delle libagioni sacre, annunciavano in tutta la Grecia la data d’inizio dei giochi proclamando la tregua sacra, durante la quale ogni arma doveva essere deposta. Il programma delle feste, che duravano cinque giorni, subì variazioni nel tempo, per cui abbiamo notizie abbastanza sicure solo a partire dal V sec.a.C. (fino al 472 a.C. i giochi duravano un solo giorno), quando raggiunsero la loro organizzazione classica. Nel primo giorno era un solenne giuramento davanti all’altare di Zeus ad inaugurare le celebrazioni festive, cui seguivano sacrifici, offerte e preghiere agli dèi. Nel secondo giorno, sotto la sorveglianza degli <em>ellanodici</em>, giudici di gara, e degli <em>alùtai</em>, specie di polizia della manifestazione, iniziavano le competizioni sportive; alla sera migliaia di spettatori ed atleti si riunivano per cantare inni e offrire sacrifici di buoi neri sull’altare di Pelope. La mattina del terzo giorno era dedicata a diverse cerimonie religiose, al culmine delle quali avveniva un solenne sacrificio di cento buoi davanti all’antico altare di Zeus: sopra una piattaforma antistante, i sacerdoti, dopo l’uccisione, tagliavano le cosce delle vittime e le portavano sulla sommità del cono per essere bruciate, così che la cenere elevava sempre più l’altare; nel pomeriggio riprendevano gli agòni con le gare della corsa. La quarta giornata era interamente dedicata alle gare atletiche. Nel quinto giorno aveva luogo la processione solenne, seguita dall’incoronazione dei vincitori, poi si teneva un banchetto nel Pritaneo ed infine nuovi sacrifici e offerte di ringraziamento. Le gare che si disputavano erano nell’ordine le seguenti: <strong>corsa dei carri, corsa a cavallo, pentatlo</strong> (lancio del disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), <strong>stadio</strong>, <strong>diaulo</strong> (mezzofondo), <strong>dolico</strong> (fondo), <strong>pugilato</strong>, <strong>lotta</strong>, <strong>pancrazio</strong> e <strong>oplitodromia</strong>; vi erano inoltre gare particolari riservate ai ragazzi dai 12 ai 18 anni (stadio, lotta, pugilato) e ai puledri, che furono istituite dopo il 632 a.C., alla 37° Olimpiade.</p>
<p><em><strong>fine prima parte</strong></em></p>
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		<title>il Regno Italico di Arduino d&#8217;Ivrea</title>
		<link>http://www.e-archeos.com/articoli/il-regno-italico-di-arduino-divrea.html</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 16:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultimo tentativo per un Regno d’Italia indipendente fu quello di Arduino d’Ivrea (955-1015), proclamato re dai grandi feudatari italiani, malcontenti della potenza a cui erano giunti i vescovi, divenuti conti delle città. Egli lottò contro l’imperatore di Germania Enrico II; ma abbandonato da tutti, si ritirò nel monastero di Fruttuaria (San Benigno Canavese), ove morì. Il dominio di quest’ultimo segnò la scomparsa del regno feudale indipendente in Italia, il quale ormai cadeva sotto il dominio delle varie dinastie tedesche. Ma ripercoriamone la storia (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>I primi tentantivi di unificazione d’Italia nei secoli bui (888-962 d.c.</em>)</p>
<p><strong>terza parte<br />
</strong><em>(<a href="http://www.e-archeos.com/articoli/da-guido-di-spoleto-a-berengario-ii-gli-anni-bui-del-regno-italico.html">vedi</a> precedente)</em><strong> </strong></p>
<p>di Enio Luigi Pecchioni</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo tentativo per un Regno d’Italia indipendente fu quello di Arduino d’Ivrea (955-1015), proclamato re dai grandi feudatari italiani, malcontenti della potenza a cui erano giunti i vescovi, divenuti conti delle città.<br />
Egli lottò contro l’imperatore di Germania Enrico II; ma abbandonato da tutti, si ritirò nel monastero di Fruttuaria (San Benigno Canavese), ove morì. Il dominio di quest’ultimo segnò la scomparsa del regno feudale indipendente in Italia, il quale ormai cadeva sotto il dominio delle varie dinastie tedesche. Ma ripercoriamone la storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/04/re-arduino-ivrea.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1584" title="re-arduino-ivrea" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/04/re-arduino-ivrea.jpg" alt="" width="375" height="340" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Arduino d’Ivrea, apparteneva ad una famiglia longobarda calata in Italia al momento dell’invasione. Figlio di Dadone, conte di Pombia e di una figlia di Arduino III Glabrione conte di Torino, succedette al cugino Corrado Conone nel governo della marca d’Ivrea nel 989. Sposò Berta di Borgogna e venne elevato a marchese da Berengario II (con questa investitura, Berengario cercò di assicurarsene la fedeltà e l’aiuto per l’ascesa alla corona d’Italia).</p>
<p style="text-align: justify;">Il territorio concesso da Berengario a Arduino si trovava probabilmente ai confini della contea di Asti, nei pressi del villaggio di Radicati (Ratigada), nella parte occidentale dell’astigiano settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fine di limitare il potere dei marchesi e di impedire che il loro titolo diventasse dinastico, gli imperatori del Sacro Romano Impero avevano da tempo imboccato la strada del conferimento di poteri secolari ai vescovi da essi direttamente prescelti. Fu così che Arduino dopo aver uccisio il vescovo di Vercelli e bruciato il suo corpo, fu minacciato di scomunica dal pontefice Gregorio V, il quale però morì prima di attuarla (999).<br />
Condannato dal sinodo di Roma, egli non si piegò: appoggiandosi alla piccola nobiltà si fece proclamare re d’Italia (1000), fu incoronato a Pavia il 15 febbraio 1002 e il suo potere fu riconosciuto in tutta l’Italia settentrionale e parte della centrale. Ma altri feudatari chiesero aiuto a  Enrico II di Germania, che inviò in Italia un esercito guidato da Oddone duca di Carinzia, immediatamente stroncato dalle avanguardie  di Arduino.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1004, quando l’Imperatore calò di persona alla testa di un forte esercito, Arduino si trovò solo. Dopo aver sconfitto Arduino alle chiuse della Valsugana, l&#8217;imperatore gli tolse il titolo regale, facendosi a sua volta incoronare a Pavia re d’Italia tra le proteste del popolo. I pavesi si ribellarono, costringendo l’imperatore a fuggire dalla città.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dieci anni, tra il 1004 ed il 1014, Arduino cercò di reimpossessarsi della corona d’Italia; ma per la forte opposizione del marchese di Toscana Bonifacio e dell’arcivescovo di Milano Arnolfo, nonché fiaccato dalla stanchezza e da un morbo implacabile, Arduino cedette le insegne reali ritirandosi nel monastero di Fruttuaria dove morì nel 1015.<br />
Venne tumulato nell’altare maggiore della chiesa abbaziale, ove per secoli fu venerato da monaci e pellegrini. Dopo alcune vicissitudini le sue spoglie riposano adesso nel Castello di Masino che domina la Dora Baltea a 14 chilometri da Ivrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Arduino d’Ivrea ebbe una forte personalità, che spiccò sullo sfondo delle lotte italiane contro la chiesa e lo straniero; i liberali del Risorgimento lo intesero come un precursore.<br />
La storiografia lo rese popolare vedendo in lui un primo esponente della lotta per l’unità d’Italia dal giogo della dominazione straniera; mentre la Chiesa, memore delle sanguinose scorribande contro i vescovi d’Ivrea e di Vercelli, e le gesta sacrileghe verso le prerogative ecclesiastiche ne ridimensionò la statura politica.</p>
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<p><em>Ibid.</em> I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e di Adalberto, Roma 1924</p>
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<p>WIKIPEDIA, Enciclopedia in rete</p>
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		<title>Il Battistero di San Giovanni</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 09:07:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La crisi economica e demografica che afflisse l’Italia dalla metà del IV al VI secolo d.C., non aveva impedito, grazie a Teodorico, la costruzione dentro la piccola cerchia muraria fiorentina della chiesa cattedrale di S.Reparata e di un Battistero ariano poco discosto dal futuro “Bel San Giovanni” (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; font-size: x-small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,Times,serif; font-size: medium;"> </span><em><span style="font-family: times;">di Enio Pecchioni </span></em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; font-size: x-small;"><span style="color: #000000;"><br />
</span></span><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/04/battistero.gif"><img class="size-full wp-image-1579 alignright" title="battistero" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/04/battistero.gif" alt="" width="263" height="184" /></a>La  crisi economica e demografica che afflisse l’Italia dalla metà del IV  al VI secolo d.C., non aveva impedito, grazie a Teodorico, la  costruzione dentro la piccola cerchia muraria fiorentina della chiesa  cattedrale di S.Reparata e di un Battistero ariano poco discosto dal  futuro “Bel San Giovanni”(1).<br />
Sarà invece con la conversione al cattolicesimo dei nuovi  dominatori Longobardi, grazie all’alto esempio dei loro regnanti  Agilulfo (morto nel 616) e Teodolinda (morta nel 628), la ripresa  economica e demografica di buona parte dell’Italia. Gli architetti  longobardi che avevano studiato direttamente i modelli classici e  assimilato dai nativi la tecnica costruttiva, furono gli artefici del  Battistero fiorentino.<br />
Prendendo a modelli la chiesa di San Vitale a Ravenna e il  duomo di Monza, edificarono ex novo il Battistero di Firenze intorno al  620-640, epoca di poco posteriore alla lettera (615) diretta al Re  Aginulfo dal Pontefice S.Gregorio Magno, il quale si rallegrava col  monarca per la sua conversione e per la pace restituita alla Chiesa e  all’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, con la pianta ottagona, sormontata da una  cupola a spicchi che ci richiama all’arte paleocristiana e, come detto,  bizantina-ravennate, il “Bel San Giovanni” risale non al X-XI secolo,  come si legge ancora in molte guide turistiche, ma al VII secolo d. C.<br />
Seguendo la giusta interpretazione fornita dagli scavi  archeologici effettuati nella zona, esso non fu edificato sopra il  tempio di Marte , che si trovava invece sulla collina di San Lorenzo  (dove invece c’è la chiesa), ma sopra i resti di una ricca casa romana  che esisteva nella seconda metà del I secolo d.C., trasformata in  seguito nel IV-V secolo in un panificio, come confermarono gli scavi del  1915 con i ritrovamenti dei mosaici della casa e di un frammento di  orcio da cereali e di una grande macina in pietra (catillus) relativa al  forno. Da un’attenta osservazione dell’edificio si scopre che, sempre  in epoca longobarda, il Battistero in seguito a cedimenti strutturali  dovette subire un radicale rafforzamento dello spessore murario, come  dimostra la troppa differenza delle mura tra la parte inferiore e quella  superiore, rapportata alle “modeste” proporzioni dell’edificio, di cui  abbiamo un esempio nel Battistero di Lomello (Pavia) che fu un  rifacimento longobardo di una precedente costruzione.<br />
Lasciamo ora i Longobardi e torniamo indietro nel tempo per  parlare della STATUA DI MARTE E DELLA SUA COLONNA, prima, delle  curiosità del Battistero che esaminiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Teodorico (454-526), Re degli Ostrogoti, quando prese il  potere a Ravenna, dimostrò un’acutezza straordinaria nella salvaguardia  delle città italiane, preoccupandosi anche di Firenze. Infatti, per  evitare le frequenti alluvioni fece regimare le acque ordinando di  liberare l’Arno (2)  dalle barriere che intralciavano lo scorrere  regolare del fiume con le cosiddette pescaie, formate da ingombranti  dighe di legno.<br />
Il nome di Teodorico si mantenne vivo per secoli a Firenze,  sebbene l’ira sacerdotale cristiana perseguitasse la memoria del re  ariano (3) nei documenti fiorentini, ancora nei secoli XI-XII, non c’è  nome germanico che ricorra così frequente quanto quello di Teodorico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.mediaframe.it/agilulfo.gif" alt="" width="242" height="372" />Sembra  che una statua equestre a ricordo del re barbaro che aveva salvato  Firenze dalle inondazioni si trovasse nel Foro; è molto probabile che  dopo la vittoria bizantina sui goti (552) tale monumento “nemico” sia  stato “strascicato” fuori dalle mura cittadine e abbandonato sul greto  del fiume: La statua venne ritrovata ai tempi di Carlo Magno (VIII-IX  sec.) e in quella occasione fu ritenuta la statua di Marte Dio della  Guerra che, secondo la tradizione fiorentina, doveva trovarsi un tempo  dentro il Battistero supposto tempio della divinità romana (4).<br />
La statua fu ripulita e posta su una colonna all’altezza del  Ponte Vecchio ma la piena dell’Arno del 1177 la danneggiò. Di nuovo  restaurata la statua fu ricollocata nello stesso luogo.<br />
Il popolo fiorentino era convinto che quella statua fosse  Marte e si suppone che la posizione a rischio, presso il fiume, fosse  scelta dal clero cristiano con la speranza che un giorno o l’altro  l’Arno se la portasse via durante una delle sue frequenti alluvioni: ciò  avvenne davvero nel gran diluvio del 1333.<br />
E’ comunque curioso scoprire che, secondo una leggenda, la  colonna scannellata di marmo bianco che si trova all’interno del  Battistero all’altezza della Porta del Paradiso, sia quella utilizzata  ai tempi di Carlo Magno per sostenere la statua di Marte ovvero  Teodorico.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrati nel Battistero l’impiantito modellato  con tasselli in marmo bianco, nero, rosso e verde che formano motivi di  ispirazione araba, risale nel suo insieme alla fine del XII secolo ma  una parte della sua superficie è più antica, risale infatti alla fine  del X secolo.<br />
Si tratta della TAVOLA ZODIACALE a tarsia, incastrata nel  pavimento che va dalla Porta del Paradiso al centro del Battistero dove  una volta si trovava il Fonte Battesimale.<br />
Giovanni Villani (1290 ca.-1348) ci ricorda nella sua “Cronica”  questo raro “monumento” del sistema cosmico tolemaico: “et troviamo per  antiche ricordanze che la figura del sole intagliata nello smalto che  dice – en giro torte sol ciclos et rotor igne – (e può leggersi anche in  senso inverso) io sole col fuoco faccio girare tortamente i cerchi e  giro anch’io, fu fatto per astronomia”.<br />
L’autore della tavola fi Strozzo Strozzi, architetto, scultore e  astronomo fiorentino (950 ca.-1012). In occasione del restauro  dell’impiantito del Battistero nel 1351 fu trovata la sua tomba, vicino  alla sua opera.</p>
<p style="text-align: justify;">La Tavola Zodiacale che ebbe funzioni  astronomiche si deve considerare uno dei più importanti lavori di tale  scienza nell’antica Firenze. Ogni anno, il 21 Giugno, gli astronomi e  matematici fiorentini aspettavano dentro al Battistero il momento in cui  il sole, da un foro ben calibrato del tetto (che esisteva prima del  rivestimento marmoreo), colpisce come un dardo il centro della tavola,  dando così inizio all’estate.<br />
Tuttociò ci fa pensare che esistesse una prima scuola di astronomia nella nostra Firenze già nell’Alto Medioevo.<br />
Forse nelle notti terse e fredde del primo millennio, seguendo  l’insegnamento arabo, Strozzo Strozzi con gli altri scienziati  fiorentini avrà scrutato da una torre vicina al Battistero, la  moltitudine stellare per capire il mistero dell’universo.</p>
<p style="text-align: justify;">All’esterno del Battistero, in angolo sul lato  sud della Scarsella, si trova inserito nel paramento marmoreo esterno il  fronte di un antico SARCOFAGO PALEOCRISTIANO (IV-VI sec. d.C.). Questa  collocazione storica può essere contestata. Il sarcofago potrebbe  risalire al periodo ellenistico etrusco (II sec. a.C.), infatti nei suoi  rilievi purtroppo molto deteriorati, si riconosce una nave etrusca,  forse a ricordo della ben nota arte marinara di questo popolo, la famosa  “talassocrazia degli Etruschi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra curiosità che sfugge a molti fiorentini sono le TESTE LONGOBARDE della Scarsella.<br />
Se ci poniamo all’esterno del Battistero e volgiamo il nostro  sguardo in alto, si possono osservare ai due spigoli dell’abside due  gocciolatoi a testa leonina in marmo, con sotto due “facce” in pietra.  Quest’ultime, probabilmente, ornavano la chiesa già al momento della sua  costruzione ed erano collocate sulla porta del lato Ovest  preesistente,  prima di essere sistemate sotto gli sgocciolatoi della  Scarsella, edificata soltanto intorno al 1202. Forse una delle due facce  rappresenta il volto di Agilulfo, sotto il cui regno fu decisa la  costruzione del Battistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra curiosità sono le COLONNE SARACENE.<br />
A Firenze durò a lungo il ricordo della Guerra delle Baleari contro i Saraceni e l’aiuto dato ai Pisani (1115).<br />
A memoria della spedizione contro le isole spagnole ai lati  della Porta del Paradiso furono collocati due fusti di colonne  rossastri. La storia racconta che al ritorno della spedizione a  riconoscenza per l’aiuto fornito, i pisani avrebbero lasciato ai  fiorentini, che avevano protetto Pisa dall’esterno contro eventuali  incursioni lucchesi, la libertari scelta sul bottino di guerra tra due  porte di bronzo e due colonne di porfido. I fiorentini scelsero la  seconda.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la leggenda, le due colonne possedevano  una virtù particolare, una forza misteriosa trasmessa dall’arte magica  degli Arabi. Chi avendo subito un torto, si fosse posto “dietro” una  delle colonne, avrebbe visto materializzarsi nel marmo l’immagine del  colpevole. I fiorentini scelsero le colonne, ma i pisani non vollero  concedere agli “amici-nemici” una cosa così pregiata e “affocarono” i  due fusti, così che il fuoco purificatore avrebbe tolto ogni possibilità  di magia.<br />
Le due colonne avvolte in ricchi broccati furono prese dai  fiorentini che si lasciarono ingannare da questa parvenza di amicizia:  questo dette origine al soprannome di “fiorentini ciechi” ricordato  anche da Dante.<br />
Comunque i fiorentini risaputo il fatto ci andarono lo stesso  “coi piedi di piombo” e per evitare ogni utilizzo improprio, posero i  due fusti addossati al muro della Porta del Paradiso, in maniera tale  che nessuno potesse mettendosi dietro di esse svelare volti “sospetti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora un’ultima curiosità, una LAPIDE MARMOREA.<br />
Sull’impiantito della piazza intorno al Battistero, tra la  Porta del Paradiso e la Porta Sud, esiste una lapide con un passo della  Divina Commedia (Paradiso, XXV, 1-9). Per il fatto che San Pietro lo ha  come coronato per il suo esame sulla Fede, fa esprimere a Dante il  proposito se il suo Poema gli varrà il ritorno a Firenze e la corona di  Poeta da cingere nel Battistero, “ov’egli entrò nella Fede” (5).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Enio Luigi Pecchioni </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><span style="font-size: x-small;">1) Un Battistero  ariano dedicato al Santo  Salvatore, edificato ai tempi del re Ostrogoto Teodorico, doveva  preesistere al Battistero di S. Giovanni leggermente Nord-Ovest della  stessa piazza.<br />
Gengaro M.L., Nozioni di Storia dell’Architettura, Firenze 1940:<br />
- “I recenti scavi nelle vicinanze dell’abside (scarsella) del  Battistero fiorentino, hanno portato in luce delle tracce di una  preesistente costruzione la cui linea perimetrale segnata da basi di  colonne è distinta dall’attuale muratura esterna. L’ipotesi di un  origine paleocristiano-bizantina non è improbabile.”</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">2) CASSIODORO Flavius Magnus Aurelius  Senator, (490 ca.-583), Variarum Libri XII,- V 17,20  …..ad Flumen  impedimentum Ligna Moles tollere….</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">3) Arianesimo è la dottrina di Ario, presbitero di Alessandria del  IV secolo. Il pensiero di Ario si può così riassumere: già nella  filosofia neoplatonica era diffusa la concezione di un Verbo creato  prima del mondo cioè un Essere intermedio, anello fra Dio e il mondo,  che si levava al di sopra di tutte le creature. Anche Ario concepiva il  Verbo come seconda persona della SS.Trinità, creato da Dio prima di  tutte le altre cose dal nulla perché in origine nulla esisteva prima di  Dio. Il Verbo, secondo Ario, era inferiore a Dio e quindi non Dio  propriamente, né della stessa natura, ma creato come tutte le altre cose</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">4) E SE NON FOSSE CHE IN SUL PASSO D’ARNO, RIMANE ANCOR DI LUI ALCUNA VISTA (Dante, Inf. XIII, 146-147).</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">5) Per la verita ci sono altre  due curiosità da aggiungere. Dentro il Battistero, ai lati della statua  di S.Giovanni, ci sono due sarcofaghi romani del III-IV secolo d.C.: uno  appartenuto a una venditrice di fiori e di ghirlande (infatti nel  centro del sarcofago si vede una donna con un canestro di fiori)  contiene le spoglie del Vescovo di Firenze Giovanni da Velletri (morto  nel 1230), l’altro, con la caccia al cinghiale Calcedonio, ha il  coperchio con stemmi medicei e dell’Arte della Lana, aggiunto quando  servì da sepoltura per Guccio de’ Medici, che fu gonfaloniere nel 1299.</span></p>
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		<title>Da Guido di Spoleto a Berengario II, gli anni bui del Regno Italico</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 21:06:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(...) Anche Adalberto d’Ivrea morì ed Ermengarda prese in mano le redini del marchesato. Berta si precipitò da lei, e piena d’ira redarguì la figlia che aveva preferito Rodolfo anziché prodigarsi per porre la corona sul capo del fratellastro Ugo di Provenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>I primi tentantivi di unificazione d’Italia nei secoli bui (888-962 d.c.</em>)</p>
<p><strong>Seconda parte</strong></p>
<p>di Enio Luigi Pecchioni</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[<a href="http://www.e-archeos.com/articoli/il-regno-italico-indipendente-berengario-del-friuli.html">...</a>]<br />
Anche Adalberto d’Ivrea morì ed Ermengarda prese in mano le redini del marchesato. Berta si precipitò da lei, e piena d’ira redarguì la figlia che aveva preferito Rodolfo anziché prodigarsi per porre la corona sul capo del fratellastro Ugo di Provenza. Ermengarda si rese conto subito che era meglio avere come re un fratello del quale era stata pure l’amante, piuttosto di un amante che con lei non aveva saltuariamente altro legame oltre il letto. Usando il suo corpo e la furbizia, convinse i pavesi a mutare atteggiamento con Rodolfo ed ebbe con lo stesso un incontro notturno dove riuscì a persuaderlo a ritornarsene in Borgogna per suo amore e per avere salva la vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Infatti in quello stesso 924 Rodolfo trovò un accordo con Ugo per combattere gli Ungari che erano penetrati in Provenza ed insieme ricacciarli al di là del Rodano.</span><span style="font-size: medium;"> Nello stesso anno però, mentre Rodolfo si trovava in Borgogna, l’Italia fu attaccata dagli stessi predoni, che devastarono la Lombardia e incendiarono Pavia; allora, nel corso del 925, Ermengarda si unì al proprio fratello Guido di Toscana e all’arcivescovo di Milano Lamperto, ed insieme si ribellarono a Rodolfo che aveva lasciato l’Italia in balia dei discendenti degli Unni. Gli stessi, in accordo con la nobiltà offrirono il trono ad Ugo, che l’accettò. Sbarcato a Luni proveniente dalla Provenza, il 9 luglio 926, Ugo fu incoronato a Pavia, dopo che Rodolfo, senza riuscirci, aveva tentato di rientrare in Italia.<br />
Dopo i rovesci subiti da Ugo, (tra cui un nuovo attacco degli Ungari ed una ribellione di Pavia, del 931), i nobili italiani si recarono in Borgogna per richiamare Rodolfo in Italia, ma, nel 933, Ugo di Arles, al fine di chiudere la disputa, consegnò a Rodolfo, tutti  i territori che aveva posseduto in Provenza (tutte le terre che aveva in Gallia prima di salire sul trono d’Italia), al patto che egli non rimettesse più piede nella penisola.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/guido-di-spoleto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1564" title="guido-di-spoleto" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/guido-di-spoleto.jpg" alt="" width="241" height="231" /></a></span><span style="font-size: medium;"><br />
Ritornando leggermente indietro nel tempo, merita ricordare qualcosa di quanto succedeva a Roma.<br />
Nell’estate dell’895 il Pontefice  Formoso, in balia della fazione spoletana, aveva chiesto aiuto al  Re di Carinzia, Arnolfo, il quale nonostante gli acciacchi era disceso in Italia marciando su Roma, dove Lamberto aveva concentrato il suo esercito e fatto imprigionare il Papa. Vuole più la leggenda della storia, che durante l’assedio di Roma il Re Arnolfo una mattina vedendo una lepre correre verso la città, con la spada in mano si lanciò al suo inseguimento. I soldati che erano all’assedio credendo che quello fosse un ordine di battaglia, partitorno all’assalto e dopo aver sfondato con l’ariete la Porta di San Pancrazio, penetrarono in Roma.</span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Arnolfo si recò subito a Castel S. Angelo a liberare il Papa. Quindi in San Pietro, dove Formoso l’incoronò Imperatore. Quindici giorni dopo, lasciata a Roma una piccola guarnigione, mosse su Spoleto ma per strada fu colto da un improvviso malore che gli storici hanno attribuito a strapazzi d’alcova. Arnolfo aveva infatti numerose amanti, e fra le braccia di una di queste si sarebbe sentito male. Non morì, ma fu costretto a rientrare in Carinzia perché l’inverno era alle porte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel baillame penisolare e nella cosiddetta “</span><span style="font-size: medium;"><em>età tenebrosa della Chiesa</em></span><span style="font-size: medium;">” non fu risparmiato il papato, schiavo di volta in volta della fazione spoletina dei Crescenzi e dell’aristocrazia romana dei Tuscolo. Dopo la morte e il macabro processo al cadavere di Formoso (897) il dominio passò al capo dell’amministrazione papale, </span><span style="font-size: medium;"><em>magister militum</em></span><span style="font-size: medium;">, Teofilatto, la cui figlia Marozia, sposa prima di Alberico di Spoleto e poi di Guido di Toscana, riuscì ad imporre come papa il proprio figlio illegittimo Giovanni XI (931). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ugo di Arles, desiderando consolidare la sua potenza, chiese l’alleanza di Marozia, perché lo aiutasse ad affermare il suo potere in Lombardia. Incoronato re a Pavia, si associò il figlio Lotario e si recò a Roma, dove sposò Marozia (per costei erano le terze nozze legittime, per non contare gli innumerevoli amanti  che aveva avuto). </span><span style="font-size: medium;">Ugo mirava alla corona imperiale, ma non riuscì a raggiungere il suo scopo. Pochi giorni dopo il matrimonio, ad un banchetto osò schiaffeggiare, per ira, il figliastro Alberico (figlio di primo letto di Marozia) perchè mentre gli faceva da paggio, versandogli del vino aveva lasciato cadere per sbaglio la brocca per terra che si ruppe. Alberico in lacrime corse al Colosseo dove radunò una piccola folla di romani a insorgere contro il “barbaro” Ugo, che dovette fuggire.<br />
Alberico, dopo aver cacciato Ugo ed imprigionata Marozia e Giovanni (932) realizzò per un ventennio in Roma una repubblica, sforzandosi di instaurare alcune riforme. Però i miglioramenti sociali dopo la morte di Alberico furono disattesi dal figlio, il dissoluto Ottaviano che governò la città prima come signore e poi come papa sotto il nome di Giovanni XII (956-963). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/Papa-formoso.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1565" title="Papa-formoso" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/Papa-formoso.jpg" alt="" width="244" height="245" /></a></span><span style="font-size: medium;"><br />
D’altra parte sul papato aveva regnato Sergio (904-911), uno dei nemici di Formoso. Precedentemente c’era stato il papa Romano, ucciso dopo appena quattro mesi di pontificato; Benedetto, avvelenato; poi Leone, strangolato dopo un mese dall’antipapa Cristoforo; e infine Cristoforo  soffocato con un cuscino dai sicari di Teofilatto per far posto al cugino Sergio: eventi capaci di cambiare poco o nulla nella Chiesa, ridotta in uno stato vergognoso, lacerata da lotte intestine dove pontefici e vescovi caduti nella corruzione più profonda si circondavano di servitori e concubine, imbandivano mense favolose e osannati da uno stuolo di cortigiani vivevano nei loro palazzi, ignorando la plebe, in un lusso da imperatori romani. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dopo i rovesci degli ultimi anni  (tra cui un nuovo attacco degli Ungari ed una ribellione di Pavia, del 931), i nobili italiani si recarono in Borgogna per richiamare il re Rodolfo in Italia, ma, nel 933, Ugo d’Arles, consegnò al re di Borgogna tutti i territori che aveva posseduto in Provenza, a patto che non rimettesse più piede in Italia.</span><span style="font-size: medium;"> Nel 936 Ugo ritentò un nuovo assedio a Roma, che terminò con un trattato. Nel tentativo di riconciliarsi col figliastro tale accordo, prevedeva le nozze con la figlia di Ugo, Alda, avuta dal precedente matrimonio con Ada. Ci fu il matrimonio ma non la riconciliazione. </span><span style="font-size: medium;">Nel 937 Ugo, vedovo di Marozia, sposò Berta di Svevia, detta la Filandina, figlia del duca di Svevia e di Sassonia Bucardi II e vedova di Rodolfo II di Borgogna, mentre la figlia di Rodolfo II e Berta veniva fidanzata al figlio di Ugo, Lotario.</span><span style="font-size: medium;"> Alla morte del duca di Spoleto, Teobaldo I, nello stesso anno (937) il ducato fu dato a suo nipote Anscario II, conte di Asti, figlio di Ermengarda e di Adalberto I, che si trovò a combattere contro il nuovo marito della vedova di Teobaldo, il conte palatino Sarlione che, nel 940, ebbe la meglio, uccidendo Anscario. Tale Sarlione fu poi battuto da Ugo, che lo costrinse in monastero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel 941, Ugo, con la corruzione e le armi riuscì, per la terza volta, a rientrare nell’Urbe, ma anche questo tentativo fu di breve durata. Nello stesso anno associò al trono il figlio, Lotario II.</span><span style="font-size: medium;"> A questo punto il più grande feudatario da contrastare era rimasto il marchese d’Ivrea, Berengario II (nipote di Berengario I), che riuniva tutta l’Italia nord-occidentale.</span><span style="font-size: medium;">Ugo tornò in Lombardia e riuscì a riappacificarsi con i Conti che gli si erano ribellati, con l’intento di catturare Berengario. Quest’ultimo insieme al figlio Adalberto dovette riparare in Germania, presso il duca di Svevia, Ermanno I, che lo condusse dal re di Germania, Ottone I di Sassonia, che pur non facendo nulla per Berengario si rifiutò di consegnarlo a Ugo.</span><span style="font-size: medium;"> Comunque Ugo, nel 943, divise i vasti domini di Berengario tra i maggiori nobili: a Arduino il Glabro, la marca di Torino, a Aleramo, la marca del Monferrato, e a Oberto I, Luni e la Toscana.</span><span style="font-size: medium;">Nel 944 Ugo ritornò in Italia col figlio perché gli giunse la voce che i conti Lombardi gli si stavano di nuovo sollevando contro. Ma, all’inizio del 945, Berengario rientrò in Italia dirigendosi su Verona in mano al suo alleato, il conte Milone.</span><span style="font-size: medium;"> Il nipote di Ugo, Manasse di Arles, che reggeva l’arcivescovado di frontiera di Trento, tradì lo zio e passò con Berengario; ci fu allora una diserzione generale, guidata dall’arcivescovo di Milano, e Ugo, che si trovava a Pavia, inviò a Milano il figlio Lotario II a supplicare i ribelli che commossi lo nominarono unico re. Ma mentre Ugo, nel 946, cercava di rientrare in Provenza, il marchese d’Ivrea lo intercettò e, per paura di una nuova invasione, lo rimise sul trono come coreggente.</span><span style="font-size: medium;"> Umiliato, stanco e malato, nell’aprile del 947 Ugo ottenne il permesso di abdicare e fece ritorno in Provenza (con il tesoro del regno d’Italia), lasciando sul trono il figlio Lotario II (ma il governo era già retto da Berengario).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ugo morì ad Arles il 10 aprile 948 mentre stava riorganizzando un nuovo rientro in Italia.</span><span style="font-size: medium;"> Berengario divenuto falso consigliere di Lotario, alla morte di questi (950) ottenne la corona d’Italia.</span><span style="font-size: medium;"> Le aspre vendette che egli perpetrò contro i partigiani di Lotario, gli suscitarono l’opposizione dello stesso pontefice, che richiese l’intervento di Ottone I il Grande.</span><span style="font-size: medium;"> Ma su Berengario II incombeva un altro pericolo: le pretese di Adelaide di Borgogna, vedova di Lotario, ben decisa a rivendicare i propri diritti sulla corona d’Italia. Invano Berengario pretese che ella sposasse il figlio Adalberto. Sprezzando ogni minaccia, la coraggiosa donna invocò la protezione di Ottone I, il quale nel frattempo aveva avuto chiare prove della scarsa fedeltà del suo protetto e della poca propensione a mantenere gli obblighi di vassallaggio. Infatti, nel 951 Ottone valicò le Alpi e senza colpo ferire giunse a Pavia, sposò Adelaide e in virtù dei diritti di lei, si fece  proclamare re d’Italia.<br />
Le truppe di Berengario II si rifiutarono di combattere, costringendo padre e figlio ad asserragliarsi presso la fortezza di San Leo. Ottone li depose formalmente dal titolo regale e si fece incoronare Imperatore da Giovanni XII. Berengario fu fatto prigioniero (962) e fu mandato a Bamberga dove morì (966).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">[<a href="http://www.e-archeos.com/articoli/il-regno-italico-di-arduino-divrea.html"><em>continua</em></a>]</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">(foto di Sailko, da Wikipedia)<br />
</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il regno Italico indipendente: Berengario del Friuli (prima parte)</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 11:03:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Regno Italico appare già citato alla fine del secolo V, sotto Odoacre, ed è poi menzionato da tutti i sovrani che si impadronirono della Penisola. Ha però veste ufficiale soprattutto da Berengario I al nipote Berengario II. Esso comprendeva parte dell’Italia Settentrionale, parte della Tuscia sino al territorio della Chiesa. Il regno attraversò periodo storico d’anarchia feudale che cessò con la vittoria dell’imperatore Ottone I su Berengario II (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> <em>I primi tentantivi di unificazione d&#8217;Italia nei secoli bui (888-962 d.c.</em>)</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">prima parte: Berengario del Friuli</span></strong></p>
<p>di Enio Luigi Pecchioni</p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: medium;">Il Regno Italico appare già citato alla fine del secolo V, sotto Odoacre, ed è poi  menzionato da tutti i sovrani che si impadronirono della Penisola. Ha però veste ufficiale soprattutto da Berengario I al nipote Berengario II. Esso comprendeva parte dell’Italia Settentrionale, parte della Tuscia sino al territorio della Chiesa.</span><span style="font-size: medium;"> Il regno attraversò un periodo storico d’anarchia feudale che cessò con la vittoria dell’imperatore Ottone I su Berengario II.<br />
Il successivo tentativo d’unificazione di Arduino di Ivrea non ebbe seguito; il Regno Italico fu smembrato ed inserito nell’Impero, mentre Pavia, dopo la distruzione del Palazzo Reale, nel 1024, cessava di avere quell’importanza che le era derivata dall’essere stata per un lungo periodo la capitale del regno.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="../wp-content/uploads/2012/03/berengario.gif"><img class="aligncenter" title="berengario" src="../wp-content/uploads/2012/03/berengario.gif" alt="" width="342" height="253" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quando Pipino, figlio di Carlo Magno, che per primo cinse la corona del regno d&#8217;Italia (781) calò nella tomba, esso passò a Bernardo che fu in seguito spodestato da Luigi il Pio. A quest’ultimo successe Lotario.<br />
Nell’854 fu incoronato Re d’Italia Luigi II. Nell’875 sul trono di Pavia salì Carlo il Calvo, nell’877 Carlomanno e nell’879 Carlo il Grosso, con cui, ingloriosamente, la dinastia carolingia s’estinse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’Italia si trovò allora in preda all’anarchia e in balia delle grandi casate feudali del Friuli e di Ivrea (Arduini, Aleramici, Obertenghi), di Spoleto e di Toscana, alle quali i Re Longobardi e i Re Franchi l’avevano distribuita.<br />
Ogni nobile aspirava alla corona d’Italia, intrigando, corrompendo, arruolando eserciti per combattersi violentemente. Nessuno di questi “potenti” intendeva rinunciare alla propria sovranità e tutti cercavano di appropriarsi del Regno.</span><span style="font-size: medium;">Ma per unificare l’Italia non mancava solo la fusione delle varie popolazioni, c’erano altri due grossi ostacoli. Prima di tutto  non esisteva il concetto di patria, c’era solo quello di Ducato nato con i Longobardi, e quello di Contea e Marchesato, sviluppatosi sotto i Franchi. L’altro scoglio era la Chiesa, che nell’unità d’Italia vedeva una minaccia al proprio potere temporale e un freno per quello spirituale.<br />
La plebe della penisola non aveva ovviamente voce in capitolo: continuava a vivere in silenzio, nell’indifferenza e nella povertà, coltivando i campicelli dei padroni sperando nella clemenza della natura più che in un aiuto umano: la patria per loro era soltanto il villaggio  se non addirittura il casolare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Dopo la deposizione di Carlo il Grosso, il primo Re italico fu Berengario del Friuli. Di famiglia originaria del basso Reno, figlio di Eberardo del Friuli e di Gisella, figlia di Ludovico il Pio, ottenne il titolo marchionale nell’874 alla morte del fratello Unroch. In mancanza di eredi diretti, Berengario poteva vantare un diritto dinastico sul Regno d’Italia per linea femminile. Inoltre godeva della notevole disponibilità militare della sua marca, creata per difendere i confini orientali del Sacro Romano Impero dalle incursioni degli Ungari e degli Slavi.<br />
Sia il Friuli, baluardo contro le invasioni da nord-est, sia la marca di Spoleto, baluardo contro i musulmani a sud, continuavano a vivere nell’ambiguità che li caratterizzava; erano distretti pubblici a disposizione dell’imperatore, ma in pari tempo territori di potenza feudale in cui le famiglie dominanti cercavano di organizzarsi, con un orientamento dinastico più o meno evidente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nell’888 Berengario riuscì a convincere un’apposita dieta di Conti e Vescovi riunitasi a Pavia, capitale del Regno, a farsi eleggere successore di Carlo il Grosso sul trono italiano.<br />
Suo primo avversario fu il duca di Spoleto, Guido, padrone dell’altra grande marca, che seppe mantenere la propria indipendenza contro il papa Stefano V e Carlo il Grosso. Alla morte di quest’ultimo (888) si recò in Francia per ottenere la corona francese che spettò invece ad Oddone, conte di Parigi. Tornato in Italia a bocca asciutta, violando i precedenti accordi, non solo sconfisse Berengario sulla Trebbia vicino a Piacenza nell’889, ma si fece incoronare a Roma imperatore dopo aver ottenuto anche la corona d’Italia. Berengario dovette richiudersi nella marca del Friuli. Guido e poi il figlio Lamberto tennero il regno assieme al titolo imperiale fino all’898.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;">Guido fu tra i pochi capaci sovrani: riorganizzò lo stato e ne curò la legislazione, emise tra l’altro da Pavia nell’890 vari diplomi a favore della Chiesa. Ad esempio, esistono documenti che testimoniano la concessione al vescovo di Fiesole Zanobi I varie corti e terreni, compresa la Villa di Sala (ora Saletta) che dichiara situata in “</span><span style="font-size: medium;"><em>comitatu Fesulano et Florentino</em></span><span style="font-size: medium;">” (Archivio Capitolare di Fiesole, Sezione I, Pergamene).</span></span><span style="font-size: medium;"><br />
Ma proiettiamoci subito in quel  marasma feudale con i suoi nuovi pretendenti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;">Il primo fu Arnolfo di Carinzia, figlio illegittimo di Carlomanno, il quale solamente dopo la nascita di Arnolfo ne sposò la madre. Nel 876 Arnolfo fu nominato ”</span><span style="font-size: medium;"><em>Prefetto della Marca Orientale</em></span><span style="font-size: medium;">” e nell’880, alla morte del padre, duca di Carinzia. Combattè a lungo contro Svatopluk (re di Moravia) e contro i Normanni.</span></span><span style="font-size: medium;">Nel novembre 887 successe a Carlo il Grosso, divenendo Re dei Franchi Orientali.<br />
Nell’888 Arnolfo venne in Italia, per assumere la corona che era andata a Berengario del Friuli. Berengario gli giurò fedeltà, ma l’anno successivo, purtroppo per Arnolfo e Berengario, come abbiamo visto, il trono passò al duca Guido di Spoleto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nell’894 chiamato da Berengario e dal Papa Formoso per spodestare Guido, Arnolfo ritornò in Italia, conquistò Bergamo, Milano e Pavia, dove si fece riconoscere re d’Italia in contrapposizione al re d’Italia e Imperatore Guido di Spoleto.</span><span style="font-size: medium;">Si dice che il Re di Carinzia soffrisse di reumatismi e il clima umido del Nord Italia glieli ridestò; non andò nemmeno a Roma dal Papa che lo aveva invitato; dopo poche settimane fece ritorno in Germania.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Alla morte di Guido nel dicembre dell’894, fu la volta del figlio Lamberto che era stato associato al trono; ci furono di nuovo grandi tumulti nel regno con tradimenti e  passaggi dall’uno all’altro fronte. Arnolfo occupò ancora una volta l’Italia settentrionale, ma venne sconfitto nell’895 da Berengario e da Lamberto di Spoleto. Solo nell’896, dopo che Lamberto fu spodestato, Arnolfo venne eletto imperatore, e incoronato da papa Formoso. L’incoronazione di Arnolfo venne però dichiarata nulla dal successore di Formoso, papa Giovanni IX.<br />
Arnolfo morì a Ratisbona nell’899 e venne sepolto nel convento di Sant’Emmeram a Regensburg.</span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/incoronazione.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1528" title="incoronazione" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/03/incoronazione.jpg" alt="" width="268" height="277" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Precedentemente Lamberto, anch’egli incoronato imperatore da papa Formoso nell’892, successe al padre. Il governo fu in prevalenza tenuto da Ageltrude, sua madre. Il papa, preoccupato dall’invadenza e dalle pretese della nobildonna, si rivolse per aiuto al re di Germania Arnolfo. Come abbiamo visto sopra, Arnolfo intervenne e approfittò dell’occasione per rivendicare la corona imperiale (896); ma appena Arnolfo ebbe ripassato le Alpi, Lamberto si recò a Roma e si fece riconfermare la corona da papa Giovanni IX, successore di Formoso.<br />
Poco dopo nel sinodo di Ravenna, Lamberto riuscì ad imporre la sua autorità e poi ad eliminare un nuovo potente avversario, Adalberto di Toscana, da lui sconfitto a Borgo San Donnino (Faenza). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Adalberto II di Toscana, conte, duca, marchese, governò da Lucca la Tuscia all’incirca dall’898 al 915. Abile e spregiudicato, fu fra i più potenti feudatari del tempo ed ebbe gran ruolo nelle lotte per la corona del regno italico; sua figlia Ermengarda sposò Adalberto marchese d’Ivrea.<br />
Lamberto rimasto padrone della situazione, fece pace con Berengario e ripartì per Pavia dove però a Marengo, durante una partita di caccia al cinghiale, cadde da cavallo e si fracassò la testa. Spirò poco dopo senza aver ripreso conoscenza, anche se qualcuno attribuì la sua morte a una coppa di veleno. Con lui si estinse la linea maschile dei duchi di Spoleto.</span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;"><br />
Lamberto ebbe il soprannome di “</span><span style="font-size: medium;"><em>Imperatore di Spoleto</em></span><span style="font-size: medium;">”, battezzato così dai suoi nemici per deriderlo.</span></span><span style="font-size: medium;"><br />
A questo punto mentre Berengario aveva quasi il completo possesso del regno, fu incapace di opporsi agli Ungari che pare fossero assoldati segretamente da Adalberto II di Toscana, e che si erano spinti nell’Italia settentrionale (ebbero una vittoria  sull’Adda 24 settembre 898). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il pesante rovescio militare contro gli Ungari subito da Berengario, lo squalificò agli occhi dei suoi alleati e degli avversari politici, dimostrando la sua incapacità a difendere l’Italia settentrionale. Ecco dunque che fu la volta di Ludovico di Provenza.<br />
I nobili dell’Italia del nord, a causa delle scorrerie degli Ungari, fecero appello a Ludovico di venire in Italia a frenare le invasioni.</span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;"><br />
Ludovico accettò l’invito e giunse in Italia, dove il re  Berengario del Friuli abbandonato da tutti, si era ritirato al di là del Mincio, per cui Ludovico conquistò Pavia e il 12 ottobre 900 fu incoronato re d’Italia. Poi, accompagnato dai maggiorenti feudali, proseguì per Roma, dove, nel febbraio del 901, il papa Benedetto IV </span><span style="font-size: medium;"><em>“forse l’unico uomo mite e d’indole schiettamente sacerdotale</em></span><span style="font-size: medium;">” di quel periodo torbido, lo cinse della corona imperiale. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Nel 902 Berengario, ripreso fiato, marciò su Pavia con un grosso esercito, assediò Ludovico e lo costrinse a ritirarsi in Provenza, con la promessa che non tornasse più in Italia.<br />
In quel periodo di politica truffaldina, fra giuri e spergiuri, gli accordi furono momentanei, perché nel 905 Ludovico ritornò in Italia, chiamato nuovamente dai feudatari. Berengario, trovandosi in quel momento in inferiorità di alleati e di esercito, si ritirò, ma non potè chiudersi in Verona, sua principale roccaforte, perché il vescovo della città aveva aperto le porte a Ludovico, che la occupò. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Ludovico pensò di aver vinto la partita quando Berengario si rifugiò al di là delle Alpi, in Baviera.</span><span style="font-size: medium;"> Ben presto Berengario rientrò in Italia e con l’aiuto di truppe Bavaresi; a Verona colse di sorpresa Ludovico e lo fece prigioniero. Siccome Ludovico aveva infranto il giuramento di non ritornare il Italia, fu fatto accecare da Berengario che si riprese la corona d’Italia. Per mantenere il suo primato, Berengario elargì a più riprese concessioni feudali vastissime in favore di potenti famiglie marchionali, confermò con la protezione i patrimoni ecclesiastici, rinnovò e concesse immunità, donò zone di servitù e mansi, montagne selvose, elargì diritti di pesca e navigazione.<br />
Ludovico, divenuto il Cieco, ritornato nella sua capitale Vienne, riconoscendo di non essere più in grado di resistere alle pressioni dei suoi feudatari a causa della menomazione, designò come aiutante il cugino Ugo conte di Arles, che dopo essere divenuto reggente, portò la capitale della Provenza nella sua città.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;">Intanto, Papa Giovanni X per limitare l’espansione araba nell’Italia meridionale, decise di espellere una grossa comunità mussulmana insiedatasi presso il fiume Garigliano, chiedendo a Berengario un appoggio militare in cambio del titolo imperiale. Berengario accettò, inviando una forza composta da feudatari dell’Italia settentrionale, con il patrizio Nicolò Picingli che insieme al </span><span style="font-size: medium;"><em>magister militum</em></span><span style="font-size: medium;"> Teofilatto ed esponenti della nobiltà romana, a Gregorio duca di Napoli,  Pandolfo e Landolfo di Capua-Benevento, Docibile di Gaeta, sconfissero le forze musulmane nella Battaglia del Garigliano nella piana sotto Roccamonfina (quella del Vulcano). Così Berengario scese a Roma nel dicembre del 915 ottenendo l’incoronazione imperiale con l’omaggio feudale dei diversi marchesi.</span></span><span style="font-size: medium;"><br />
Ma il successo non poteva essere duraturo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">In apparenza, visti tutti i nemici che aveva Berengario, non avrebbe dovuto essere un’impresa difficile eliminarlo. In realtà non c’era principe italiano in grado di affrontarlo, perché gli unici  con eserciti sufficientemente potenti per poterlo sconfiggere erano i figli di Adalberto di Tuscia. Ma Guido e Lamberto, a dispetto della madre Berta, continuavano a rimanergli fedeli. Perciò non rimase altro che cercare qualcuno al di là delle Alpi e la scelta cadde su Rodolfo di Borgogna.<br />
Quest’ultimo però tentennava, avendo problemi in patria, e Berta cercò dunque di mettere in campo suo genero Adalberto di Ivrea. In momenti difficili non si va molto sul sottile nella scelta degli alleati e un decano chiese all’intrepido Giselberto Samsom di organizzare una congiura in favore del marchese d’Ivrea.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Il conte Giselberto di Bergamo era pronto e risoluto più di altri, ma qualcuno lo tradì all’ultimo momento non facendoli pervenire truppe fresche. Berengario gli inviò contro un’orda di ungari che si era accampata presso Brescia, pagando i crudeli selvaggi con oro del regno. Fu un eccidio nel quale perì il conte Olderico, mentre Adalberto dovette fuggire a Ivrea e Giselberto a Roma.</span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;"><br />
A Roma Giselberto, continuando nella lotta, riuscì a convincere alcuni influenti prelati di poter prendere la lancia di Longino, il ferro che aveva trafitto il costato del Salvatore, e portare la sacra reliquia a Rodolfo di Borgogna. Giunto da Rodolfo, Giselberto accompagnò il gesto più o meno con queste parole: “</span><span style="font-size: medium;"><em>Potente re, questa santa reliquia vi garantirà la vittoria. Ma se non valicherete le Alpi per togliere dalla testa di Berengario la corona, essa si  ritorcerà contro di</em></span><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;"><em>voi e i vostri discendenti”.</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">A tal punto non ci furono dubbi sull’accettazione della missione. Rodolfo radunò un grande esercito e scese in Italia.<br />
Rodolfo fece sosta ad Ivrea accolto a braccia aperte da Ermengarda, moglie di Adalberto e ai primi di febbraio dell’anno 923 entrò in Pavia dove fu incoronato re d’Italia. Avrebbe voluto essere anche unto imperatore, ma papa Giovanni si rifiutò di concederlo per timore di perdere la protezione di Berengario.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Quest’ultimo si era ritirato a Verona e stava preparando un contrattacco. Lo scontro avvenne a Fiorenzuola d’Arda (923), Berengario fu sconfitto con pesanti perdite (ca. 1500 morti). Berengario scampò a stento alla carneficina nascondendosi fra un mucchio di cadaveri e solo col calare delle tenebre potè mettersi in salvo riparando a Verona. Il 7 aprile 924 fu assassinato mentre pregava in una chiesa, da due sicari inviati da un suo vassallo, che mise fine così alla guerra.<br />
Rodolfo governò quindi sia l’Italia che la Borgogna, risiedendo alternativamente in ambedue i regni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;">Berengario  era stato  un personaggio bigotto, scaltro e violento: </span><span style="font-size: medium;"><em>Alcuni storici e una certa retorica nazionalistica hanno fatto di lui un campione e un assertore dell’unità d’Italia. In realtà non fu che uno dei tanti tirannelli che governarono in quel periodo la penisola, solo più ambizioso e risoluto degli altri </em></span><span style="font-size: medium;">(Indro Montanelli).</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: medium;"><strong><em>fine prima parte</em><br />
</strong><br />
[<a href="http://www.e-archeos.com/articoli/da-guido-di-spoleto-a-berengario-ii-gli-anni-bui-del-regno-italico.html">continua</a>]<br />
</span></span></p>
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		<title>Firenze etrusca a Libri di Toscana</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 15:56:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Campi Bisenzio – Una serata dedicata agli appassionati di Storia ed Archeologia quella che offre Libri di Toscana: venerdì 2 marzo si terrà la presentazione del libro “Firenze Etrusca” (Edizioni Press &#038; Archeos) scritto a due mani da Giovanni Spini e Enio Pecchioni, esperti autori in tema di archeologia e ricostruzione storica (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Libri di Toscana<br />
presenta</p>
<p><strong>Firenze Etrusca<br />
Ipotesi storiche e realtà archeologiche</strong></p>
<p><strong>di Giovanni Spini e Enio Pecchioni</strong></p>
<p>Venerdì 2 marzo 2012<br />
ore 21.00<br />
presso Libri di Toscana<br />
via B. Buozzi 22 &#8211; Campi Bisenzio</p>
<p>presenta Marco Nucci – capo redattore di Microstoria<br />
nella serata verrà presentato<br />
l’ultimo numero della Rivista</p>
<p><a href="../wp-content/uploads/2012/02/firenzetru2.gif"><img title="firenzetru2" src="../wp-content/uploads/2012/02/firenzetru2.gif" alt="" width="393" height="235" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Campi Bisenzio – Una serata dedicata agli appassionati di Storia ed Archeologia quella che offre Libri di Toscana: venerdì 2 marzo si terrà la presentazione del libro “Firenze Etrusca” (Edizioni Press &amp; Archeos) scritto a due mani da Giovanni Spini e Enio Pecchioni, esperti autori in tema di archeologia e ricostruzione storica.<br />
Il volume traccia plausibili ipotesi storiche relative all’esistenza di una Firenze etrusca, precedente all’importante colonia romana, ma troppo spesso considerata una semplice fantasia o leggenda. Attraverso questo saggio, che potremo definire di “archeologia sperimentale”, gli autori cercano di affrontare seriamente la questione archeologica di un insediamento etrusco in riva all’Arno, alla luce dei numerosi ritrovamenti nel centro storico e nei dintorni di Firenze.<br />
Attraverso un’affascinante ricostruzione narrativa, il testo risulterà sorprendente per molti lettori appassionati a questo tema: I due autori, da sempre dediti allo studio di antichità fiorentine, sono membri del Gruppo Archeologico Fiorentino, associazione che per anni ha esaminato argomenti quali la romana Florentia, il medioevo fiorentino e le antichità fiesolane.<br />
Giovanni Spini, mitologo e romanziere, è autore de “La Quadriga infernale” (2010) e vari saggi.<br />
Enio Pecchioni è autore di “Storia di Fiesole” (1979), “Antiche curiosità fiorentine” (1990), “La Battaglia di Fiesole” (2010) ed altre pubblicazioni.<br />
La serata sarà moderata da Marco Nucci, caporedattore della Rivista “Microstoria”, che con l’occasione presenterà l’ultimo numero della rivista, “L’Arno e i suoi fratelli. Storia del bacino che unifica la Toscana”. In questo numero dedicato ai fiumi della nostra regione, attraverso i quali emerge la storia del nostro assetto territoriale e della produzione industriale, trova giusto spazio la recensione del libro “Firenze Etrusca”, che affronta la storia dei primi insediamenti in prossimità dell’Arno, appunto, e di altri fiumi navigabili.<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/02/firenzetru2.gif"><br />
</a></p>
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		<title>Fenomenologia dell’Ultima Cena</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 18:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[(...) Molte sono le domande che si pone l'autore, esaminando il Cenacolo di Leonardo ed altri dipinti, riscoprendo antichi documenti che dettano le regole per la raffigurazione della scena sacra, mostrando infine un'Ultima Cena ancora inedita al grande pubblico, dove è assente un elemento molto significativo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;"><strong><img src="http://www.mediaframe.it/copertine/cop_PAG_ultimacena.gif" alt="" width="337" height="401" /><br />
</strong></span><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;"><strong>Fenomenologia dell&#8217;Ultima Cena</strong></span><strong><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif; color: #000000;"><br />
</span></strong><span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif;">di Michele Rossi, p. 78<br />
€ 9,50</span></p>
<p>L&#8217;Ultima Cena, un motivo iconografico  diffusissimo, uno dei più amati dagli artisti di tutti i tempi; ma cosa  nasconde questo gruppo di personaggi riuniti ad un banchetto? Michele  Rossi conduce il lettore in un viaggio curioso, in Italia e non solo,  alla scoperta delle opere raffiguranti l&#8217;Ultima cena: possibile che a  tavola vi sia anche una donna? E se si, di chi si tratterebbe? Ha forse  ragione Dan Brown a paralare di Maria Maddalena? E se si trattasse di un  banchetto nuziale e non dell&#8217;Ultima Cena?<strong><br />
</strong>Queste sono solo alcune delle domande che l&#8217;autore  si pone esaminando il Cenacolo di Leonardo ed altri dipinti, riscoprendo  antichi documenti che dettano le regole per la raffigurazione della  scena sacra, e mostrando infine un&#8217;Ultima Cena ancora inedita al grande  pubblico, dove è assente un elemento molto significativo&#8230;<br />
Un percorso tra i volti di Gesù, Giovanni e Maria Maddalena  seguendo le parole di Marcel Proust: &#8220;Il vero viaggio di scoperta non  consiste nel cercare nuove terre ma nell&#8217;avere nuovi occhi&#8221;.             <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong><em>Michele Rossi (Sansepolcro, 1985) è  documentarista e scrittore; laureato ad Arezzo in scienze per i beni  culturali e specializzatosi in storia dell&#8217;arte ha pubblicato con  Mediaframe i documentari &#8220;Il Divin Segreto&#8221; e &#8220;Piero della Francesca e  il segreto delle Madonne del Parto&#8221;</em><strong><em>; </em></strong><em>è  collaboratore del web-magazine Terra Incognita ed ha scritto articoli  per Fenix. Ha pubblicato con Eremon Edizioni il libro &#8220;Interviste con il  mistero&#8221;; è inoltre l&#8217;ideatore del &#8220;Premio nazionale ricerca nel  mistero&#8221;.<br />
Da gennaio 2011 è consulente per la trasmissione Rai &#8220;Voyager, indagare per conoscere&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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<p style="text-align: center;">(solo Paypal o Carta di Credito)</p>
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(pagando in contrassegno, postapay o paypal)<br />
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<strong> </strong><strong><a href="../"></a></strong></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/02/Fenomenologia-ultima-cena.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-1440" title="Fenomenologia-ultima-cena" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/02/Fenomenologia-ultima-cena.gif" alt="" width="234" height="168" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.mediaframe.it/catalogo_libri.htm">torna al catalogo</a></strong><br />
<strong><a href="../">visita il sito</a></strong></p>
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		<title>La condizione femminile in Etruria</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 21:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intorno alla metà del IV secolo a.C. Teopompo, la lingua più malevola di tutta la letteratura antica (maledicentissimus lo appellava Cornelio Nepote), scriveva nel libro CLIII della sua Storia: “...Presso i Tirreni (Etruschi) le donne sono tenute in comune, hanno molta cura del loro corpo e si presentano nude, spesso, fra uomini, talora fra di esse, in quanto non è disdicevole il mostrarsi nude. Stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere...” Altri autori, come Aristotele, le accusavano di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello; Plauto insinuava che si procurassero la dote vendendo i propri favori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di Giovanni Spini<br />
Enio Pecchioni</em></p>
<p style="text-align: justify;">Intorno alla metà del IV secolo a.C. Teopompo, la lingua più malevola di tutta la letteratura antica (<em>maledicentissimus</em> lo appellava Cornelio Nepote), scriveva nel libro CLIII della sua Storia: “&#8230;Presso i Tirreni (Etruschi) le donne sono tenute in comune, hanno molta cura del loro corpo e si presentano nude, spesso, fra uomini, talora fra di esse, in quanto non è disdicevole il mostrarsi nude. Stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere&#8230;” Altri autori, come Aristotele, le accusavano di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello; Plauto insinuava che si procurassero la dote vendendo i propri favori.<br />
É indubbio, come si evince da queste affermazioni, che la donna etrusca non godesse di buona reputazione presso i greci e i romani, ma cosa c’è di vero in tutto questo?</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/02/sarcofago-degli-sposi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1329" title="sarcofago-degli-sposi" src="http://www.e-archeos.com/wp-content/uploads/2012/02/sarcofago-degli-sposi.jpg" alt="" width="325" height="244" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le donne greche e romane vivevano nell’ombra della casa: pudica, lanifica, domiseda sono gli epiteti che i mariti romani dettavano in lode delle mogli, per le quali non concepivano funzione migliore del filare la lana e custodire la casa, sedute nell’atrio in atteggiamento timorato e sottomesso (domum servavit, lanam fecit, si legge in un celebre epigramma). Raffigurazioni, corredi funerari, epigrafi, ma soprattutto gli scrittori greci antichi, offrono un significativo spaccato del mondo femminile in cui la donna è trattata come essere inferiore, una creatura infida e ammaliatrice, guardata sin dal VIII sec.a.C. con sospetto. L’ideale di donna greca doveva essere una figura poco appariscente, pudica e sottomessa, dedita alla maternità, con un orizzonte ristretto esclusivamente ai lavori domestici. Aristotele (ancora lui!) sosteneva l’inferiorità della donna (sancita da leggi che non le riconoscevano diritti civili e politici), attribuendole persino un ruolo passivo nella riproduzione: sarebbe stato infatti l’uomo, “forma e spirito”, a trasformare la materia femminile inerte, dando origine alla vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne etrusche, non solo godevano di maggiore libertà, ma ricoprivano nella società un ruolo preponderante, al quale, nonostante la decantata moralità delle loro virtù, le matrone dell’antica Roma non potevano aspirare. In Etruria era un privilegio riconosciuto alle donne più rispettabili, e non soltanto alle cortigiane, quello di prendere parte con gli uomini ai banchetti, nei quali si coricavano come loro e al loro fianco sui letti del triclinio, mentre nelle rappresentazioni delle stele attiche la donna greca, durante i pasti anche privati, se ne sta modestamente seduta, pronta a servire il suo signore e padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei numerosi affreschi di Tarquinia nella tomba dei Leopardi e in quella del Triclinio, la donna etrusca indossa sulla tunica un pesante mantello ricamato e una parrucca bionda (gli uomini hanno i capelli neri); così abbigliata assiste alle danze, ai concerti, ai giochi atletici, presiedendo talvolta da un palco apposito ai combattimenti di pugilato, alle corse dei cani, alle gare acrobatiche, ecc. Ad Olimpia, di contro, soltanto la sacerdotessa di Demetra aveva il diritto di assistere ai giochi. É da questa situazione invidiabile e comunque diversa che derivava lo stupore e la disapprovazione dei moralisti greco-romani che, giudicando scandaloso tale atteggiamento, si sentivano autorizzati ad attribuire alla donna etrusca le peggiori sregolatezze.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://www.homolaicus.com/storia/antica/images/etrusca.jpg" alt="" width="224" height="238" /></p>
<p style="text-align: justify;">Tito Livio, storico sotto il regno di Augusto, narra di come l’ascesa al trono dei tre re etruschi Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, nel VI sec.a.C., sia dipesa dalla tenacia e dall’irresistibile autorità di due donne etrusche: Tanaquilla e Tullia. Era, la prima, donna di rango elevato e di agiata condizione, che aveva sposato un certo Lucumone figlio di un emigrato Corinzio e di una tarquiniese. Non essendo ben visto nella società etrusca il matrimonio con emigrati o rifugiati che fossero, Tanaquilla decise di spostarsi col marito a Roma, città che all’epoca era ancora costituita per la maggior parte da capanne di agricoltori e di pastori, sparse sui sette colli. Qui tanto brigò e tanto fece che riuscì a far incoronare Lucumone re di Roma, col nome di Lucius Tarquinius Priscus, dimostrando anche doti premonitorie perchè Priscus sta per Vecchio, a distinguerlo dai futuri Tarquini che sarebbero seguiti. Tanaquilla, dopo la morte del marito, impose ai suffragi del popolo anche il genero Servio Tullio, preferendolo ai propri figli. É evidente che dalla storia raccontata da Tito Livio emerge un ritratto della regina etrusca rivelatore di un grande prestigio politico e di un forte ascendente sugli uomini a cui aveva assicurato il potere. Un ritratto esemplare del carattere e della condizione preminente che distingueva la donna nella società etrusca., tanto che studiosi contemporanei di Nietzche la paragonarono, se pur in forma minore, affine al matriarcato.<br />
D’altronde, solo sulle antiche tombe etrusche si poteva leggere, oltre al nome e al prenome del padre, anche il nome e soprattutto il prenome della madre. Un pretore di Tarquinia, ad esempio, si chiamava Lars Arnthal Plecus clan Ramthasc Apatrual, ovvero: Lars, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatronia, mentre la più illustre delle donne romane sarà soltanto, nelle iscrizioni latine, una Cornelia, una Claudia e, seppure imperatrice, una Livia e basta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda Tullia, la storia non è meno rivelatrice della precedente, sfiorando i toni di una tragedia Eschiliana: Servio Tullio aveva avuto due figlie chiamate (con ammirevole fantasia) Tullia la maggiore e Tullia la minore. L’una dal forte carattere, l’altra timida. Per consolidare il suo trono il re le aveva date in moglie ai due figli di Tarquinio Prisco, anch’essi dai caratteri opposti. L’uno timido e l’altro intraprendente.<br />
Per ironia della sorte i matrimoni erano male assortiti ed accadde inevitabilmente che i due caratteri più forti si attraessero; non solo forti, ma anche violenti in quanto si sbarazzarono, uccidendoli, dei rispettivi cognati. Dopodichè si sposarono a loro volta per assicurare il trono a Lucio Tarquinio, il futuro Tarquinio il Superbo, che senza por tempo in mezzo si precipitò alla Curia per deporre il suocero. Ed ecco che subentra ancora una volta il potere e l’ascendente femminile, perchè sarà proprio Tullia, forte della sua autorità e del prestigio, a far uscire dalla Curia il nuovo marito e a proclamarlo re: regem prima appellavit, ci racconta Tito Livio, per poi tornarsene tranquillamente a casa portata in carrozzella dai servi. Nella società etrusca il pater familias faceva la legge, ma la mater familias, aveva la sua parola da dire, parola che spesso era l’ultima.<br />
Purtroppo le testimonianze storiche scritte sono molto scarse e non sempre attendibili, ma ci viene in aiuto l’archeologia per illustrarci, attraverso i ritrovamenti nelle necropoli di pitture parietali e corredi funebri, quale fosse l’importanza del ruolo della donna nella società etrusca.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://static.guide.supereva.it/guide/storie_di_donne/etruria_copertin.jpg" alt="" width="191" height="250" /></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo prendere in esame, tra le tante, la tomba Regolini-Galassi di Cere, datata 650 a.C. circa. Al momento della scoperta si pensava appartenesse ad un principe etrusco, ma grande fu la sorpresa quando nella stanza funeraria maggiore, in fondo al corridoio dove ai lati erano sepolti un uomo e un guerriero, trovarono inumata sopra un pavimento coperto d’oro, d’avorio e d’argento una donna ricoperta a sua volta di gioielli. Larthia era il suo nome, inciso su ben cinque coppe, sei tazze e un’anfora d’argento, mentre il nome del suo compagno non appare in nessuno dei gioielli che lo ricoprivano. Ci si può immaginare quale emozione provarono il sacerdote Regolini e il generale Galassi, entrambi appassionati di archeologia, quando entrarono nella tomba. Larthia era deposta su un catafalco di pietra; portava una veste guarnita d’oro e sul seno aveva una grande pietra ovale, un pettorale d’oro segno della massima dignità: solo gli eletti potevano indossarlo e portarlo in pubblico. Una fibula dorata (uno dei pezzi più mirabili dell’oreficeria classica) allacciava il mantello alla principessa che portava ai polsi due ampi bracciali. Il tesoro era costituito inoltre da due preziose collane, l’una di perle d’oro inciso, l’altra d’oro e d’ambra, orecchini, anelli a spirale, fibbie e spille. Nell’ipogeo, tra i beni privati della principessa, stava un letto a sei piedi di bronzo e graticcio con appoggia-testa; alle pareti, grandi scudi rotondi con teste di pantera dalle fauci spalancate e gli occhi di smalto. Su alte mensole poggiavano conche di bronzo semisferiche decorate con gufi e draghi; coppe, orci, brocche di bucchero, tazze sbalzate in argento puro, anfore e ciotole di bronzo ricoperte d’oro. Nella camera tombale erano stati portati anche due veicoli: il carro funebre a quattro ruote servito per il trasporto della defunta, e una biga usata nelle festività religiose e anche nei combattimenti. Accanto a questi stava, simbolo del rango e dell’autorità, un trono tutto rivestito di bronzo e riccamente decorato.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella necropoli della Banditaccia, sempre a Cere, sono state trovate nella tomba cosiddetta “dei Vasi Greci”, due anfore a figure nere firmate dal vasaio Nicostene, che recano sul piede l’iscrizione mi Culnaial: appartengo a Culni. Identico nome di proprietà si ritrova anche su due vasi da tavola pure a figure a nere, databili come le anfore al 530 a.C. circa. Nella stessa tomba c’era un altro vaso simile con la scritta mi Atiial: appartengo ad Ati. Esistono anche, ovviamente, marchi di proprietà che portano nomi di uomini, ma a Cere sono una rarità.<br />
É interessante notare un’altra particolarità che si riscontra nelle necropoli ceretane: all’entrata delle tombe, per segnalarne la presenza e l’identità del defunto, erano posti dei cippi a forma di colonna, a lato di piccoli cofani di pietra in forma di sarcofaghi o di case dal tetto a spiovente con iscrizioni dipinte o incise in lingua etrusca prima, in latino poi. Le colonnette, la cui allusione fallica è indubbia, erano riservate agli uomini, mentre le case alle donne. A Roma era il pater familias il centro della casa, in Etruria, al contrario, era la donna.<br />
Un’altra scoperta archeologica del 1895, stavolta a Tarquinia ha rivelato, in una tomba purtroppo già violata anche se solo in parte, la sepoltura di una principessa etrusca con pettorale d’oro. Ma queste sono solo una parte delle testimonianze che ci hanno permesso di aprire una finestra sul passato di una società in cui vediamo la donna prender parte da protagonista agli avvenimenti e ai piaceri di ogni giorno, investita di un’autorità quasi sovrana, artista e colta, curiosa delle preziosità delle culture orientali e promotrice essa stessa di civiltà nel proprio paese, e infine venerata nella tomba come un’emanazione della potenza divina.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la conquista romana e il susseguente inglobamento del popolo etrusco, la condizione femminile, ovviamente, cambiò in modo radicale, confacendosi a quella dei conquistatori. Le prerogative di cui fruiva furono revocate, come ci dimostra l’archeologia in modo decisivo attraverso testimonianze sia pittoriche sia epigrafiche. Nella tomba degli Scudi di Tarquinia, fine III sec.a.C., Velia Seithi è seduta modestamente ai piedi del letto su cui sta coricato Larth Velcha. Ciò non le impedisce di toccare affettuosamente con una mano la spalla del marito, mentre con l’altra gli porge l’uovo simbolo di rinascita. La stessa malinconica tenerezza (ma quanta differenza) che si ritrova in un’immagine di tre secoli prima, nella tomba dei Vasi Dipinti, dove l’uomo con gesto delicato prende tra le dita il mento della compagna che le sta accanto, volgendo verso di sè quel viso per contemplarlo un’ultima volta negli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">di Giovanni Spini<br />
Enio Pecchioni</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p><img src="http://www.mediaframe.it/copertine/cop_PAG_firenze-etrusca.gif" alt="" width="353" height="403" /></p>
<p>Giovanni Spini, Enio Pecchioni<br />
FIRENZE ETRUSCA<br />
Ipotesi storiche e realtà archeologiche<br />
Press &amp; Archeos, 2011, p. 86 <span style="font-family: Verdana,Arial,Helvetica,sans-serif;"><br />
€ 10,50</p>
<p></span>L’esistenza di una Firenze  etrusca, precedente all’importante colonia romana, è da sempre relegata a  mera possibilità, talvolta semplice fantasia o leggenda.<br />
Eppure, vista la quantità di ritrovamenti nei dintorni di  Firenze e visto il generale progresso della ricerca, è oggi possibile,  forse con un po’ di coraggio, affrontare seriamente la questione  archeologica dell’esistenza di un insediamento etrusco in riva all’Arno.<br />
A cimentarsi per la prima volta in un saggio specificamente  dedicato a tale argomento sono due autori da sempre dediti allo studio  delle antichità fiorentine. Il risultato è un testo avvincente che  sorprenderà molti lettori, consistente in un’indagine analitica ma  appassionata, forte di ipotesi inedite quanto plausibili e di  affascinanti ricostruzioni narrative.</p>
<p><em>Giovanni Spini ed Enio Pecchioni sono membri del Gruppo  Archeologico Fiorentino associazione che per anni ha studiato la romana  Florentia, il medioevo fiorentino e le antichità fiesolane.<br />
Il primo, mitologo e romanziere, è autore de ‘La Quadriga  infernale’ (2010) e vari saggi. Il secondo è autore di ‘Storia di  Fiesole’ (1979), ‘Antiche curiosità fiorentine’ (1990), ‘La Battaglia di  Fiesole’ (2010) ed altre pubblicazioni.</em></p>
<p><em><br />
</em><br />
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		<title>L’eremo perduto dei monti del Chianti</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 18:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste un luogo dei monti del Chianti, oggi impervio e scarsamente frequentato, che custodisce le tracce di un evento solo apparentemente secondario, l'inizio di una storia destinata a svilupparsi altrove in modo sorprendente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Esiste un luogo dei monti del <strong>Chianti</strong>, oggi impervio e scarsamente frequentato, che custodisce le tracce di un evento solo apparentemente secondario, l&#8217;inizio di una storia destinata a svilupparsi altrove in modo sorprendente.<br />
In questo luogo sembra esistesse un <strong>eremo</strong> che nessun ricercatore è riuscito a identificare con certezza, abitato da monaci che si riunirono attorno ad un padre carismatico, tale <strong>Bartolomeo</strong>, le cui origini ed i cui meriti restano pressoché ignoti, e pur gli valsero l&#8217;appoggio e la devozione di molti nobili e uomini di fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi erano gli abitatori di questo eremo &#8220;perduto&#8221;, primo insondabile nucleo della congregazione dei girolamini del Santo Sepolcro delle Campora, destinata a ricevere conferme in Toscana, Italia, Spagna ed Europa, e capace di attrarre in questi ultimi anni le ipotesi più curiose? Il vago ricordo della loro esistenza, forse inizialmente non diversa da quella di tanti sodalizi eremitici medievali, è oggi confusa nelle atmosfere sospese del Monte <strong>San Michele</strong> e del<strong> Maione</strong> (presso Radda in Chianti) e sembra permeare alcuni ruderi, spesso dedicati all&#8217;Arcangelo, che compaiono sui monti del Chianti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio <em>L&#8217;Eremo perduto dei Monti del Chianti</em> è specificamente dedicato all&#8217;individuazione della prima sede chiantigiana degli eremiti di Bartolomeo di Bonone. L&#8217;autore affronta la ricerca attraverso modalità al contempo saggistiche, narrative e filosofiche, indagando l&#8217;oggetto sia dal punto di vista storiografico, sia da quello archeologico-osservativo, sia sul piano fantastico e quasi psicologico della moltitudine delle ipotesi e dei <em>sensi </em>possibili.<br />
Perché &#8220;<em>la ricerca di un eremo perduto è, comunque sia, anche la ricerca di una parte del proprio Sé</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="../wp-content/uploads/2012/01/eremoperduto.jpg"><img title="Leremoperduto" src="../wp-content/uploads/2012/01/eremoperduto.jpg" alt="" width="339" height="460" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Press &amp; Archeos, 2011, 70 pg. € 5,90</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio è disponibile esclusivamente in versione e-book.<br />
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<p style="text-align: justify;">
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